“Dedica”

19 03 2008

Questo è un intervento che, immagino, indicherà in maniera molto eloquente quello che significa essere napoletani. La napoletanità è da considerarsi in primo luogo un onere, e poi un onore.

10 agosto 2007: Mario Buono (23 anni) ha sparato e ucciso, per conto della famiglia Di Lauro, Nunzio Cangiano. Costui è morto davanti alla moglie e ai figli, mentre erano in fila per entrare nel noto parco acquatico di Licola, il “Magic World”. Nunzio Cangiano era a sua volta un assassino, un “neo-scissionista” che aveva combattuto nella faida di Scampia.

Benvenuti a Napoli. Benvenuti nel Far West.

* * *

Questa va a Te, che hai assistito a tutto ciò. Non solo Tu, naturalmente… ma alle domande “cos’è successo”-“chi è stato”-“qualcuno ha visto qualcosa” non hai risposto con il silenzio, come gli altri.
“Aveva gli occhi azzurri” e qualcos’altro. Sapevi descriverlo e hai voluto farlo: il colpevole è stato arrestato con la richiesta di scarcerazione respinta, perché Tu sei sicuro e lo confermerai.
Questa volta non è stata come altre.
Questa va a Te, che hai tredici anni. Un bambino o un uomo? Non importa…
Ma, in tutta sincerità, vorrei conoscere il Tuo nome. Lo nasconderei perché, lo so, ora sei sotto scorta, in altri luoghi, con la Tua famiglia; Ti chiamano diversamente. Eppure sono sicuro che il Tuo nome resta lo stesso… e guardandoTi allo specchio, puoi sorriderTi con orgoglio: la maggior parte di noi, credimi, non può farlo.

Perché è evidente che questo ragazzo è l’ennesimo esempio per tutti noi. E, parlando del Suo gesto, mi ritrovo a pensare senza esitazione ad un eroe romantico. Ha fatto ciò che era giusto fino a negare Sé stesso; l’esilio che vive l’ha visto abbandonare gli amici, la casa e, sicuramente, rimpiangere Napoli.
Ché Napoli è così, – è risaputo – si fa odiare, disprezzare, ma l’insofferenza che provi è quella di un innamorato… e una scelta come la Sua è una scelta d’amore: per la città, per la vita, per noi.
Scopriamo i veri valori umani e civili. Sappiamo che la nostra peggior colpa è la rassegnazione.

Caro amico, se ripensando alle giornate estive napoletane Ti sentirai afflitto, non darTi pena. Ti passerà presto. Io vorrei fuggire tutti i giorni e non ne ho il coraggio… dovrei essere forte come Te.

La seguente è una poesia bellissima che ho letto recentemente (grazie al prof. Fdc), di Sujana Bhatt, un’indiana che “canta l’esilio, la ferita e la non appartenenza”. Per la lontananza.

AlbA

Quella che se ne va

Ci sono sempre, in ognuno di noi,
queste due: quella che resta,
e quella che se ne va.
Eleanor Wilner

Ma io sono quella
che sempre se ne va.

La prima volta è stata la più -
è stata la più
silenziosa.

Non parlai,
nè risposi
a chi immobile mi salutava
col lieve fruscio
dei sari ondeggianti al vento.

Per favorire il viaggio
gettarono noci di cocco
dalla spiaggia di Juhu
nel mare d’Arabia -
E subito vidi i mendicanti buttarsi in acqua
per quelle noci di cocco – ottima pesca
per la cena. E alla fine
chi ci guadagna di più
dal sacrificio delle noci di cocco?

Io sono quella
che sempre se ne va.

Mi chiedono a volte se
sto cercando un posto
in cui l’anima non vorrà più
vagare
un posto in cui fermarmi
senza volere più partire.

Chi sa.

Forse la gioia è
potere sempre partire -

Eppure, non ho mai lasciato la casa.
L’ho portata via con me – qui nella mia parte oscura
dentro di me. Se torno indietro, ripercorro i miei passi
non troverò più
quella mia prima casa
in nessun posto
della patria d’origine.

Non ci permisero
di prendere molto
ma riuscii a nascondere
la casa dentro il cuore.

Guarda la spiaggia vuota
è il crepuscolo – non c’è sole
a indorare le onde,
nè luna a catturare
le onde in riflessi d’argento -

Guarda
il mare prima che sia buio
quando è senza maschera
non è poi così bello.
Ora il vento cessa
di soffiare senza senso -

Mentre la terra chiama
e chiama la casa
torna, torna -

Io sono quella
che sempre se ne va.
Perchè devo -

la mia casa intatta
ma sempre mutevole
le finestre non si accordano più
con le porte – i colori
si scontrano in giardino -
e l’oceano abita in camera da letto.

Io sono quella che
sempre se ne va
via con la casa
che mi resta dentro
nel sangue – la mia casa che non ha posto
in nessuna geografia.


Azioni

Informazione

6 risposte

19 03 2008
l.m.

Questa lettura ha suscitato in me diversi pensieri, lasciandomi un senso di amarezza, di giusta amarezza che ognuno di noi prova alla luce di questo e di altri innumerevoli episodi di una storia che sembra senza fine e che va diffondendosi a macchia d’olio per le vie di Napoli!
Una labile vocina nel tuo cuore sussurra ….-Parti!-
Solo i grandi riescono a prendere scelte simili e salpare, con la loro nave, dal porto sicuro per recarsi in terra straniera!
Certo, un porto sicuro, poiché puoi avere la certezza che il sole splenderà sempre sul nostro splendido paesaggio, anche quando da sotto a quelle tremende montagne grida aiuto, la certezza che napoletani si nasce, la certezza che malavitosi si diventa…perché un cuore napoletano che vive a ritmo di musica non riesce a ballare su quelle false note di tarantella!

Si è napoletani restando e soffrendo con la propria terra, ma si appartiene ad una terra, anche se si è altrove, così come sosteneva il grande Mann sul senso di appartenenza alla Germania. Egli fu costretto ad abbandonare la terra degli orrori, soffrire ed essere accusato per la sua scelta!
Tanto da sentire l’esigenza di scindere la sua persona sintetizzandola in Tonio (sud) Kroger (nord) per dar voce al suo malessere, non inferiore a quello dei suoi compatrioti.
Come si può dimenticare la propria terra, come si può non continuare a sentire freddo, anche se immersi nel fuoco!
Egli scriveva: Fermezza di fronte al destino, grazia nella sofferenza, non vuol dire semplicemente subire: è un’ azione attiva, un trionfo positivo.

Foscolo ricorderà sempre la sua nascita greca e più volte cantò la sua isola natale provando grande nostalgia.
Egli scriveva il 29 settembre del 1808 al letterato prussiano J.S. Bartholdy:
Quantunque Italiano d’educazione e di origine, e deliberato di lasciare in qualunque tempo le ceneri sotto le rovine d’Italia, anziché all’ombra delle palme d’ogni altra terra più gloriosa e più lieta, io, finché sarò memore di me stesso, non oblierò mai che nacqui da madre greca, che fui allattato da greca nutrice, e che vidi il primo raggio di sole nella chiara e selvosa Zacinto, risonante ancora de’ versi con che Omero e Teocrito la celebrarono

Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.
L.M.

21 03 2008
IL commento

Leggevo e la prima cosa su cui mi sono soffermata è stata l’età del giovane assassino”23″ e mi è venuto in mente un pensiero che mi martella da mesi,non si nasce assassini,nessuno credo vorrebbe,ma sono le situazioni che ci portano a compiere determinate azioni,ognuno di noi fa un percorso ed è quel percorso che ci porta ad avere determnati comportamenti,io piu che condannare l’elemento di un sistema condanno l’intero sistema,quindi compresa me che ho 21 anni e che avrei potuto compiere lo stesso atto se mi fossi trovata in quella situazione.Mia madre facendo il medico in carcere, sottominaccia qualcuno di corsa l’ha dovuto far ricoverare per posticipare un processo,non l’ho mai giudicata per questo ma mi chiedo come sia possibile che in un carcere,un luogo di reclusione e rieducazione un detenuto trovi gli strumenti per ottenere ciò che vuole,io condanno il sistema che si è infiltrato da per tutto.
Tredici anni invece sono indirettamente proporzionali rispetto all’atto di coraggio,si dice che piu si è piccoli e piu si è incoscienti,ma qui è diverso,l’essere lontani dalla propria città in questo caso è senso di appartenenza.
Di questi blog spero ce ne siano gia tanti,perchè cosi si crea relazione e comunicazione,che sono le fondamenta di ogni società, un modo anche per irrompere in un sistema che cerca in tutti modi di fare ostruzionismo.

22 03 2008
Ricky

La prima cosa che mi è capitata leggendo questo articolo è stata quella di immedesimarmi nel protagonista della vicenda,colui che è costretto a “scappare” da Napoli. Città meravigliosa e piena di contraddizioni,che però con il suo grande fascino rimane una delle questioni più controverse di questa nostra piccola e povera “italietta”.
Giovanni Berchet scriveva che l’Esule sempre ha la patria in cor,credo che sia proprio questo il pensiero che sussurra nelle orecchie e nei cuori di coloro costretti ad andare via per qualsivoglia motivo dalla propria terra d’origine,specie da questa meravigliosa Napoli,che non per volontà sua,spinge molti giovani come noi a trovare un posto migliore dove realizzare i propri sogni o perlomeno cercare di dare un senso al proprio avvenire.
Per quanto riguarda l’eta del protagonista della vicenda a questo proposito proporrei a voi del blog la visione di un film di successo,che credo in molti abbiamo gia visto e apprezzato.
Il film in questione è Certi bambini diretto dai registi Andrea e Antonio Frazzi che vuole illustrare al pubblico la disastrosa condizione delle periferie napoletane malfamate mediante la storia di un bambino tra gli 11 e i 13 anni di nome Rosario.
Questo film è riconosciuto come d’interesse culturale nazionale dalla Direzione Generale per il Cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali italiano.
Complimenti per il blog ragazzi ,un grande plauso a tutti, a EDO in particolare.

22 03 2008
AlbA

Il tuo è un interrogativo che va ben al di là di quella che è la situazione campana, italiana, direi. Si nasce o si diventa assassini? Mi sembra un problema più umano (addirittura ontologico, se Malandrino mi permette… ) che medico, ma mi trovi completamente d’accordo con te: diventiamo quello che la nostra formazione, le notre esperienze (i nostri “percorsi” ) ed il nostro ambiente ci rendono. E chi nasce e cresce in Campania, non vedo proprio come possa sentirsi estraneo a questo discorso. Sicché, pensando a un “sistema” come la mafia, troviamo la risposta a problemi come quelli che ti poni, e a tanti altri. Direttamente a questo discorso si ricollega il mio intervento che trova proprio in questo contesto le ragioni del suo tono celebrativo e magniloquente (che mi è stato fatto notare vista la mia paranoia sull’aspetto tecnico dello scrivere): “Tredici anni invece sono indirettamente proporzionali rispetto all’atto di coraggio…”, come dici.
Quanto all’influenza che questo sistema riesce ad operare, «non c’è niente da fare, [...] dalle nostre parti l’unica economia che funziona è la camorra: voi entrate in una pizzeria e non sapete che la mozzarella che si scioglie sul trancio che state per addentare è quella che proviene dai caseifici dei Casalesi; non immaginate certo che il caffé che vi servono al bar è quello “sponsorizzato” dai clan di Ercolano; non potete intuire che il latte e il pandoro con cui fate colazione a natale sono imposti ai negozianti dai grossisti della camorra. E allora come fate? Dovete sradicare tutto e cominciare di nuovo con il baratto… [...] Non mi ricordo chi mi disse, una volta, che dietro ogni grande fortuna c’è un crimine. A Napoli, dietro ogni grande fortuna c’è un criminale» (“L’impero della camorra”, S. Di Meo).
Forse l’ostruzionismo è il male minore…

28 03 2008
Marco

Non c’è niente da fare…a Napoli siamo costretti a convivere con i suoi pregi e i suoi difetti; eppure noi napoletani avvertiamo sempre la lontananza dalla nostra città quando siamo fuori; tu secondo me hai espresso nel migliore dei modi questo sentimento. Eppure si sente molto forte nel tuo racconto un sentimento di rabbia per questa città così bella ma così disastrata dalla malavita. Sono le persone come te ke fanno la vera napoletanità…ci sono altri spunti possibili dal tuo testo, ma questo è quello ke più risalta e ke più mi ha colpito PS dovresti scrivere ancora!(così ci fai appassionare ancora)

25 09 2009
AlbA

NAPOLI (24 settembre) – Testimoni irreperibili, nascosti, impauriti. Minacciati dalla camorra, in fuga dal processo, decidono di sparire, di tenersi lontani dal Tribunale. Mamma e figlio, stesso destino giudiziario: testimoni di un delitto, fanno perdere le tracce, sfuggendo anche agli investigatori. Mamma e figlio, stessa sorte: hanno visto il killer di Nunzio Cangiano – presunto «scissionista» ammazzato due anni fa all’esterno del Magic World di Licola – e hanno collaborato con la giustizia.
Testimonianza decisiva a far arrestare il presunto assassino, il 25enne Mario Buono, ritenuto legato al clan Di Lauro, che attendeva la conferma in aula nel corso del processo che si sta celebrando in Corte d’assise. Da mesi infatti i due testimoni risultano irrintracciabili e ieri mattina è toccato ai giudici formalizzare la loro scomparsa. L’unica traccia rimanda alle parole della sorella della donna, che al telefono con i carabinieri parla chiaro: «Lasciateli stare, non perdete tempo, non cercateli più. Mia sorella ha paura – dichiara la donna al telefono – non verrà mai in Tribunale, ha paura per sé e per il ragazzino». Inchiesta finora considerata a senso unico che potrebbe così riaprirsi. Era il dieci agosto quando due killer del clan Di Lauro colpirono Cangiano in fila al botteghino del «magico mondo» di Licola. Raid fulmineo, decine di colpi esplosi che raggiungono la vittima in fila davanti al botteghino. Una scena ricostruita nei particolari dai due testimoni, quel giorno in fila davanti alla stessa cassa: a raccontare tutto furono una donna sulla quarantina e il figlio, all’epoca appena tredicenne. Fu così che finì in cella il 23enne Buono (difeso dal penalista Diego Abate), comparso ieri mattina come imputato nel processo in quinta assise. Ed è nel corso dell’udienza di ieri, che i giudici hanno preso atto della doppia assenza: i due testi sono irreperibili – chiarisce il giudice Adriana Pangia – ma il processo va comunque avanti. Passa comunque la linea dell’accusa, rappresentata dal pm Luigi Alberto Cannavale, «e si acquisiscono agli atti le dichiarazioni rese dai due testimoni ai carabinieri». Ma la vicenda si fa più complessa, l’esito del processo meno scontato. È ancora in aula infatti che emergono particolari sulla fuga di mamma e figlio, su episodi misteriosi accaduti nei mesi scorsi. S’indaga su un episodio sinistro: è il 10 agosto del 2008, dodici mesi esatti dalla morte di Cangiano, quando la donna venne investita da un’auto pirata e ricoverata in un ospedale di Giugliano, non lontano dal «Magic world». Rimase nel lettino dell’ospedale dal 10 al 12 agosto, per poi sparire di nuovo. La domanda è inevitabile: è stato un incidente o un attentato a scopo intimidatorio nel giorno dell’anniversario dell’assassinio? Da allora le ricerche sono andate tutte a vuoto. Scomparsa dal sistema di protezione assicurato dallo Stato ai testimoni di giustizia, sono state svolte ricerche in mezzo mondo. Sempre con esito negativo, si legge nell’informativa dei carabinieri, la donna e il suo figlioletto sembrano volatilizzati. L’ultima traccia risale a pochi giorni fa, quando i carabinieri riescono a contattare la sorella della donna-testimone, che si è limitata a poche parole: lasciate perdere, quel processo fa paura. Irreperibili, dunque. Non resta che affidarsi alle dichiarazioni rese nell’immediato, quando mamma e figlio riconobbero il volto di Mario Buono, fino a ricostruire la dinamica dell’omicidio: «L’ho visto – spiegò il ragazzino – aveva una pistola con la canna nera, era assieme a un complice e non la smetteva più di sparare. Quel killer è del mio quartiere, lo riconosco, lo chiamano topolino». Parole da ieri acquisite in un processo senza contraddittorio, che non può essere più considerato a senso unico.

http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=74365&sez=NAPOLI

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