«Io non me ne vado»

29 03 2008

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Pioggia, lampi, tuoni. È in atto un temporale che da qualche tempo ha investito la mia città; un terremoto ha scosso gli animi di tutti quelli che non hanno fatto altro che girare la faccia e “fare spallucce”, di tutti quelli che sono rassegnati all’andamento, quasi inevitabile, delle cose. L’Italia ed il mondo intero sono rimasti inorriditi dinanzi alla verità: Napoli è la più grande discarica a cielo aperto di tutto il Mondo!

Una verità che da tempo i cittadini partenopei gridavano ad una schiera di sordi politici che hanno pensato solo al perseguimento dei loro interessi particolari ed erano solo preoccupanti di non perdere l’amata “poltrona”.

Napoli non è più ricordata come la città della pizza, del mandolino, di Pulcinella, della commedia e del teatro, della mozzarella di bufala etc. Ora sono tutti lì, con il dito puntato contro le nostre “mozzarelle alla diossina”, addirittura c’è chi propone l’embargo.

Per scaturire una qualche reazione sono bastate le immagini dei telegiornali in mondovisione.

Tutte le vittime di Pianura (quartiere simbolo della tragedia campana), e di tutta la regione non sono servite? Tutti sapevano, ma tutti fingevano che fossero solo voci di popolo…

Stamattina mi sono alzata presto, anche oggi, come ieri piove. Sono andata alla stazione per ritirare il mio biglietto di sola andata per Milano. Io, come molti altri giovani, sono attraversata da quel dubbio emblematico che caratterizza la maggior parte dei miei coetanei partenopei: “andare via, o restare?”

Su quel treno dovrò salire fra una settimana, ed intanto sono pervasa da mille interrogativi; voglio scrollarmi di dosso la puzza della spazzatura bruciata ad ogni angolo della strada; un odore che forse non potrò mai dimenticare, perché è dentro di me, nelle mie narici, fin dentro i miei polmoni. Ho voglia di dimenticare le immagini della guerriglia urbana, scatenatasi qualche mese fa; con i poliziotti in tenuta d’assetto e con i manganelli a bella vista, voglio lasciarmi alle spalle i pianti delle madri che hanno perso, o stanno perdendo, i loro figli a causa di leucemie o tumori. Voglio scappare lontano da una città, dove il sole è ormai tramontato da tempo, e nella quale per i giovani come me non né c’è futuro, né speranza, ma soprattutto spazio.

Eppure, quella pioggia che sta cadendo fitta, e, interminabile dal cielo, sembra essere la proiezione nella realtà, del mio mondo interiore; anche il mio cuore sta piangendo!

Vedere morire la propria città, affogando tra i rifiuti, assistere attoniti al tracollo dell’economia regionale non è semplice, per chi ama la propria città ed è fiero di asserire a testa alta: «Sono napoletana». Non è facile perché si ha la sensazione di essere impotenti, di vivere in un incubo dal quale non c’è via d’uscita.

Io, come tanti altri giovani abbiamo l’obbligo morale di assumere, ora più che mai, una posizione sociale e cercare di smuovere le coscienze.

La mia anima, in realtà, si sta ribellando a questa decisione razionale; in fondo io sto scappando, dalla mia città e dai problemi che nessuno fino ad ora ha voluto risolvere davvero. Andare via, mollare tutto, significa semplicemente accettare la sconfitta, non essere stati in grado di cambiare le cose, non è altro che la mera continuazione di ciò che ha caratterizzato le generazioni precedenti.

Forse la mia è solo paura di non riuscire a realizzare quei cambiamenti che i napoletani richiedono da tempo; ma come ci insegna la storia: «niente è fatto per il “popolo”, se non viene fatto direttamente da esso». Insomma, nessun signore della politica potrà migliorarci la nostra città se non lo facciamo noi da soli; e allora non ci resta altro che rimboccarci le maniche e avere tanto coraggio: non salirò su quel treno, non scapperò via dai problemi, ma li affronterò con tutti quelli che credono che non sia finita, che si possa ancora fare qualcosa per questa splendida città, al di là di quello che dicono i media, a Napoli ci sono ancora persone che nella loro semplicità e povertà, continuano a sopportare i soprusi del politico di turno, senza però mai perdere il sorriso e la speranza che un giorno tutta questa presa in giro finisca.

Non posso rinunciare al golfo di Napoli, alla pizza, alla commedia partenopea, alla solarità dei napoletani; non posso rinnegare le mie radici e pagarne le conseguenze per gli sbagli delle generazioni precedenti. Io sono giovane, e gioventù significa vittoria del coraggio sullo sgomento, vittoria dell’amore per il nuovo. Non si diventa vecchi perché si è vissuto un certo numero di anni:si diventa vecchi quando si rinuncia agli ideali. Gli anni segnano … la pelle, la perdita di ideali segna lo spirito.

In questo momento storico è importante ricordare le parole di Kennedy : «Pochi avranno la grandezza per raggiungere la storia, ma ciascuno di noi può agire per cambiare qualcosa nel mondo, e nell’insieme di tutte queste gesta sarà scritta la storia di questa generazione».

Io non me ne vado …

alfa


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