In Bianco e Nero

4 04 2008

Nei giorni passati, in cui il grigiore del tempo rispecchiava direttamente la monotonia della mia vita da studente, ho avuto modo di fare due (piccolissime) esperienze che mi hanno portato a varie riflessioni. Le condivido qui con voi, ricordandole nei colori distintivi di quel cielo, con cui mi sono rimaste impresse e per cui vedevo la vita in bianco e nero…

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Il Bianco“La storia dello specchio”

Mentre tornavano a casa da una visita rituale al santuario di Madonna dell’Arco, i miei genitori sorpassarono un’auto che procedeva a velocità tanto ridotta da contrariare persino loro. Alla guida c’era, come sempre, mia madre, che procedette senza problemi sia per la sua maniacale prudenza, sia per il traffico molto limitato di un tardo pomeriggio di settimana santa. In realtà il problema li seguì con una certa discrezione, fino ad arrivare nei pressi della rotonda che incrocia via De Meis con via Martiri della Libertà (quella che porta all’IPIA), per poi sorpassarli abusando del clacson e farli fermare.

Apparve un tizio coi capelli scurissimi, il che non faceva che accentuare l’inquietante pallore della faccia; in più vestiva in maniera assai trascurata e usava una parlata che era ancora peggio. Comunque il tipo portava due bambini tra i sei e i dieci anni in macchina e sosteneva che nel sorpasso mia madre avesse urtato, con il nostro, il suo specchietto laterale, danneggiandolo e segnando la sua fiancata con una dinamica non proprio chiara. Non si vedevano danni che non potessero essere precedenti al fatto, lo specchietto non mostrava difetti se non che si teneva al resto del rottame con dello spago ben acconciato… ma questo diceva di aver tentato di attirare l’attenzione dei miei ed era sicuro dell’inconveniente: 70 € e non se ne parlava più. Insisteva, invocava la presenza dei bambini, rifiutava di farsi fare la lettera. Finirono a contrattare (incredibile), il tizio si pigliò 30 € e se ne andò. Risalendo in macchina accennò a un caffé che avrebbero potuto prendere insieme.

Questo riprovevole episodio mi ha fatto ricordare che, prima di Natale, mi accadde la stessa cosa. Un uomo, che al fianco aveva la moglie con un bambino in braccio, attirò la mia attenzione dopo essere stato sorpassato senza intoppi a via Argine e ci accostammo nella zona industriale. Chiedeva 15 € per uno specchietto senz’angolo ma mi rifiutai perché non volevo darglieli, perché non volevo darglieli e perché, oltretutto, non li avevo. Era altrettanto trascurato – ma non era la stessa persona e non guidava la stessa auto che ha avuto a che fare con i miei genitori – e uscì con fare minaccioso per poi ripartire deluso riferendosi, anche lui, a un ipotetico caffé che avrebbe potuto offrirmi. Che peccato…

Non andiamo in giro a urtare specchietti sotto le festività. Dunque conosco (e apprezzo) la nostra proverbiale “arte di arrangiarci”, ma se deve far leva sull’onestà delle persone, allora è troppo. È una vera e propria filosofia del fottersi l’un l’altro per tirare avanti, perché è dura per tutti, ma può diventare spesso qualcosa di peggio… Per esempio, più di un amico mi ha rimproverato di non tenere a portata di mano in auto “o’ palill ‘e fiérr”, nel mio caso il bloccasterzo: “può sempre servire…”. Ora cel’ho, ma non credo che lo userei mai.

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Il Nero“Max nun è buón”

Il riparo dal traffico cittadino e la possibilità di trovare un posto tranquillo nel verde, dove poterti appartare e rilassare, rendono senza dubbio il parco De Simone una delle zone più godibili di Ponticelli*. Qui ho conosciuto Sergio, un ragazzo di colore di ventisette-ventott’anni che abita “nello stretto”, cioè a corso Ferrovia. Viene dalla Costa d’Avorio, vive qui con la famiglia da diversi anni e lavora a Napoli. Ha un cane, un dalmata che si chiama Max e che lascia scorrazzare anche senza collare. È un ragazzo fondamentalmente buono e cordiale con tutti, non ha certamente pregiudizi. Scherza volentieri, ho notato che parla francese, italiano, napoletano (con una cadenza inconfondibile) e la sua lingua d’origine, un dialetto di cui non saprei mai riferire il nome. Inoltre fuma e gira volentieri, come passeggero, in moto con qualche amico di qui, che non manca di sconvolgerlo con spericolatezze varie.

Mentre constatavo tutto ciò, sorprendendomi del fatto che vivesse a Ponticelli, ho provato quella sensazione di normale coesione etnica che avevo scoperto all’estero: in Francia, in Olanda, in Spagna fortissimamente. Non avevo mai legato a Napoli, ancor meno a Ponticelli e al resto della periferia, quest’impressione; non le credevo compatibili. E ripensando alla maggior parte della presenza straniera che di solito osserviamo in Italia ed alla connotazione negativa che le attribuiamo (più o meno giustamente), immaginare il nostro ambiente che offra perfetto inserimento sociale per tutti, senza chiusure e distinzioni obsolete, è difficile ma confortante.

Un giorno vidi Sergio preoccupato, perché nel parco si aggirano vari cani randagi che, di tanto in tanto, attaccano briga con qualche cane più fortunato, che un padrone cel’ha, e Max risponde alle provocazioni. Qualche volta le prende, qualche altra si afferra con cani più prepotenti, che hanno proprietari che si compiacciono della loro grinta. “Max nun è buón”, disse quasi soprappensiero a un certo punto… Il suo amico passeggiava zoppicando nei dintorni e si teneva ben lontano da un palo a cui era legato uno di quei cani che aveva un collare, ma non un padrone che sapesse usarlo per tempo. E lui valutava se avesse dovuto o no portarlo con sé nel suo paese, per un viaggio di andata e ritorno che avrebbe fatto di lì a poco. Se l’avesse fatto, l’avrebbe tenuto in casa perché in giardino ha un altro cane più aggressivo, geloso forse. Qualcuno glielo sconsigliava scherzosamente, perché in Africa l’avrebbero mangiato! E se gli africani non mangiano i cani, con Max l’avrebbero fatto, anche solo per dispetto. “Io non ho nessuno che lo farebbe” obiettava Sergio, ma arrivammo alla conclusione che esiste almeno un nemico per ognuno di noi. Più che altro, cercavamo di dimostrargli che la dolcezza di Max fosse un pregio e non un difetto: sia perché non è stressante portarlo in giro, sia perché i cani diventano come i padroni. E poi, se ce ne fosse davvero bisogno, Max saprebbe difendersi senz’altro.

Al confronto con persone come Sergio, che vivono qui per stare meglio di come starebbero nel loro paese natale, i nostri disagi si rimpiccioliscono. È proprio vero che cambiando punto di vista, tutto diventa relativo. Così noi cambiammo punto di vista e fu chiaro a tutti: “Max è tropp buón”.

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*Una delle zone più godibili e più difficili da tenere pulite: per tutta l’estensione del parco De Simone, al momento, non c’è neanche un cestino per i rifiuti.

AlbA


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