Domenica 25 Maggio, alla cassa del Pierrot:
«Scusa, che film ci sta stasera?»
«Nessuno, stasera c’è Teatro».
Sul palco la scenografia è semplice, ma completa. Raffigura un basso napoletano in cui non manca niente, nemmeno l’altarino alla Madonna o il ritratto del padrone di casa. Ci vive Carnevale, vecchio usuraio inviso al vicinato, con la domestica ‘Ntunetta, quasi una seconda moglie.
Il sipario si apre, e Carnevale riceve la visita del nipote Rafele, che, arrivato per questioni di soldi, decide di trattenersi quando vede lo zio malato -quasi in punto di morte- e pensa bene di dimostrargli tutto l’affetto parentale in vista della stesura del testamento.
Carnevale è combattuto tra l’istinto di mostrarsi in piena salute per riscuotere soldi dai suoi debitori e la necessità di ricorrere ad un medico per cercare rimedio e ad un notaio qualora rimedi non ce ne siano più. E mentre Rafele va in cerca del notaio che dovrà redigere il testamento del ricco Carnevale, nel basso si alternano svariati personaggi, tra cui il becchino che, avvertito erroneamente della morte del vecchio, si presenta lì nell’esercizio delle sue funzioni e consiglia di cominciare a prendere le misure per assicurare al morituro un servizio migliore. Scacciato in malo modo il becchino, Carnevale sta confessando il pentimento profondo per le azioni commesse in vita, quando il notaio arriva, ed il vecchio viene lasciato solo con lui a dettare le sue ultime volontà.
Nel secondo atto, morto Carnevale, i personaggi fremono nell’attesa della lettura del testamento: ’Ntunetta e Rafele, che sperano entrambi nell’eredità, e tutti gli abitanti del vicolo, un po’ curiosi, un po’ solidali ora all’uno ora all’altra. Quale la sorpresa generale quando i due aspiranti eredi, che nel frattempo combinano le nozze per non “disperdere l’eredità”, scoprono di essere rimasti entrambi a bocca asciutta…! Il vecchio Carnevale, in preda ai sensi di colpa, ha devoluto tutto a favore delle Opere Pie, garantendo solo una modesta rendita alla fedele compagna. E Rafele si ritrova sommerso dai debiti contratti nelle poche ore trascorse dalla morte dello zio, e si dispera, mentre sul palco continua a svolgersi, febbrile ed esilarante, la vita del vicolo.
Terzo atto: Rafele e ‘Ntunetta hanno deciso di sposarsi comunque, ma solo dopo il periodo di lutto. Intanto, per non lasciare sola la donna in casa del defunto, i vicini premurosi si avvicendano a farle compagnia. Il tentativo comune è di rassicurare ‘Ntunetta, che sembra spaventata dal fantasma del vecchio: il risultato effettivo, però, con fantasiosi racconti di spiriti vaganti, è quello di mandare all’aria i ripetuti tentativi di Rafele di passare la notte con la futura moglie. Quando finalmente i due riescono a rimanere soli e Rafele vince le resistenze della vedova convincendola finalmente a passare la notte insieme, ancora una visita arriva a disturbare, e stavolta in modo definitivo: il becchino comunica a ‘Ntunetta che Carnevale non è mai morto, che si è risvegliato dalla morte apparente chiedendo che si aprisse la bara in cui era stato chiuso, e che ora aspetta impaziente in casa dello sventurato ambasciatore. Nell’ilarità generale suscitata dalla scena, il sipario si chiude su ‘Ntunetta e Rafele sconsolati, e rassegnati a rinunciare ai loro progetti.
Prova non facile per I Travasati che, dopo ‘O Scarfalietto, riportano in scena la grande commedia napoletana con un testo di Raffaele Viviani. Prova non facile, ma egregiamente superata dalla compagnia di giovani attori, diretti da un altrettanto giovane regista, che riescono a divertire ed appassionare il pubblico. La sala non è pienissima, ma la platea si fa coinvolgere pienamente da quanto accade in scena: scrosciano applausi, si ride costantemente, a ben sentire qualcuno recita insieme con gli attori, prova ad anticiparne le battute. Quello che colpisce, insomma, è la sintonia: tra palcoscenico e pubblico, ma anche tra i personaggi della piéce. Se pure, infatti, qualche attore dimentica qualche battuta e ci sono un paio di momenti di confusione, il gruppo tuttavia è bravo a tenere la scena, a rimediare con spontaneità a qualche perdonabile errore. Accanto ai tre protagonisti, sono in realtà tutti i personaggi ad assumere un ruolo centrale, poiché nessuno avrebbe senso senza gli altri, e tutti insieme costituiscono un coro alquanto bizzarro: non la voce univoca delle tragedie classiche, né il cantuccio dell’autore, bensì una pluralità di punti di vista che ben rappresenta la realtà da cui la commedia trae ispirazione. È per questo che, attorno ad un bravissimo Carnevale, va lodata l’ottima gestione dei tempi da parte di tutti gli attori, che intervengono con spontaneità e caratterizzano i personaggi, riuscendo ad imprimere a ciascuno di loro una lettura personale e trasmettendo al pubblico la sensazione di divertirsi essi stessi.
Un plauso particolare, infine, per la scelta del testo: di nuovo I Travasati si confrontano con la tradizione teatrale nostrana, e di nuovo propongono al pubblico, nel cuore della periferia napoletana, qualche ora di divertimento intelligente, dimostrando di saper ben rappresentare, come Viviani ha fatto anni or sono con la stesura della sua opera, la buona napoletanità.
giulia
vero è che io sono di parte ma comunque bellissima recensione… grazie…