Sembrano più grandi, quando cantano nella loro lingua ed assumono un’aria seria e concentrata. Invece sono una manciata di bambini, pronti ad esplodere in risate fragorose quando tenti di ripetere in modo goffo ed impacciato le loro canzoni. Una manciata di bambini che si incontrano per una giornata di festa, poiché non giocano più tutti insieme da quando i campi in cui vivevano, a Ponticelli, sono stati bruciati e sfollati. Molti di loro non vanno nemmeno più a scuola, e le loro giornate le passano a casa, nei nuovi campi che li hanno accolti. Questa giornata è per loro, per i bimbi rom di Ponticelli, che ora vivono chi a Barra, chi a Capodichino, chi altrove, e in questo sabato soleggiato s’incontrano negli spazi ampi e accoglienti della parrocchia del Felaco, Ponticelli, grazie all’impegno costante e testardo dei volontari che non hanno mai smesso di occuparsi di loro.
«Venerdì sera ho raccontato ad una mia amica quello che avrei fatto sabato mattina con i ragazzi di TerradiConfine. Entusiasta, le ho spiegato della situazione dei bambini rom, di quanto secondo me fosse importante questa iniziativa. Lei di tutta risposta mi dice «che se ne tornino al loro paese, sono meglio i neri che i rom; i bimbi mi fanno pena, ma pensando a come diventano… mi fanno schifo pure loro». Improvvisamente quell’iniziativa che già prima mi sembrava bella, giusta, lo è diventato ancora di più. Non posso negare che ero terrorizzata, per il semplice motivo che c’erano tanti bambini da far divertire, ed io non ho tanta dimestichezza con loro. Ma poi quella paura iniziale è passata, nell’istante in cui i bimbi, vedendoci, ci hanno salutato con enormi sorrisi, come se ci conoscessero da tempo. Sono andata lì pensando che dovessimo regalare ai bambini una giornata di divertimento… mai avrei pensato che avrebbero loro regalato a me tanta gioia. Perché non c’è nulla di più commovente che vedere bimbi che fino a qualche mese fa trascorrevano tutte le giornate insieme rincontrarsi dopo tanto tempo, abbracciarsi e baciarsi; nulla di più dolce che vedere come chiedano un bacio, o di esser presi in braccio; nulla di più bello che poter “insegnare” loro come si scatta una fotografia, e vedere la loro espressione divertita, stupita e al tempo stesso soddisfatta nel guardare una foto scattata agli amici con le proprie mani. Sono bambini che imparano in fretta: che la carta non si butta a terra ma nella spazzatura, che se passi la mano su un palloncino colorato con il pennarello ti sporchi. Quei bambini che vivono in una realtà, in una società completamente diversa dalla nostra, non sono altro, però, che bambini, che vogliono rincorrersi e giocare. E forse una piccola differenza sta proprio nei giochi: i nostri sono la playstation, il computer; i loro sono all’aria aperta, giochi il cui pegno da pagare è quello di ricevere un bacio».
«La cosa straordinaria, nei bambini, è la loro naturale capacità di calamitare su di sé tutta l’attenzione, di travolgerti interamente, di aggirare qualsiasi problema ostacoli la comunicazione. Quando sono in tanti, quando fanno gruppo, diventano una forza dirompente, e le alternative sono due soltanto: sei con loro, come loro, oppure no. Lo capisci chiaramente quando, ad esempio, Christian ti chiede di correre con lui, ed aggiunge: «Sei bimba anche tu…»; e poi lo percepisci in ogni momento. Se giochi con loro, canti con loro, disegni con loro; se gli insegni a scattare qualche foto, gli chiedi di mostrarti i loro giochi, ti sporchi di tempere colorate insieme a loro, allora sei nel gruppo. E la giornata passa in fretta, anche troppo. Certo, è stancante, perché ogni tanto devi alzare la voce e riportarli all’ordine, perché ti corrono incontro e vogliono essere presi al volo, perché magari devi inseguirli, bloccarli mentre stanno per cimentarsi in capriole e salti mortali, staccarli a forza dal cancello che con aria indifferente stanno scavalcando, recuperarli quando riescono a uscire in strada di soppiatto. Poi basta da parte loro, che non ti hanno mai visto prima di allora, un abbraccio improvviso, un sorriso spontaneo, un bacio forte forte mentre giochi, e la fatica scompare. Sono così, i bambini. Tutti uguali. Uguali nella voglia di giocare, nella tenerezza che sanno trasmettere, nelle espressioni indisponenti quando vogliono prenderti in giro o fare di testa loro, nell’entusiasmo di fronte a qualcosa di nuovo. Brillano allo stesso modo gli occhi di tutti i bambini, quando vedono i colori, le tempere, i pennarelli. Sono così ugualmente diversi l’uno dall’altro, così ugualmente unici, che è difficile capire qual è la differenza tra loro ed i “bambini nostri”, come qualcuno dice riferendosi ai figli italiani di cittadini italiani. La differenza è una sola, e la scopri a fine giornata, quando devi salutarli perché si torna a casa. La differenza è che Diego, Simona, Carlotta torneranno a casa con le loro mamme, contenti di una giornata di gioco, bella come tante altre. E invece Marius, Gabri, Monìca, Christina e gli altri venti bambini rom aspettano pazienti che i volontari che hanno giocato con loro tutto il giorno, in questo momento di festa così speciale da meritare addirittura i vestiti buoni, li riportino ai loro campi, lontani l’uno dall’altro, lontani dalla scuola, lontani dalla normalità. A questo, non c’è spiegazione razionale che tenga. E difatti la razionalità cede il passo all’impulso, e quando ti salutano dai finestrini delle auto che li riporteranno a casa, l’unica cosa che senti è la voglia -egoistica, forse- di trattenerli ancora un po’…»
«Vai con tutta la buona volontà di questo mondo, convinta che stai per fare qualcosa che non solo serve a dare una mano agli operatori sociali che si occupano di questo progetto da tanto tempo, ma soprattutto avrai smosso la tua coscienza, dedicando una mezza giornata di un sabato a dei bambini che nemmeno lo sanno che è sabato, perché il calendario è quasi inesistente a casa loro, è una realtà che non li tocca. Beati loro, aggiungerei io. Arrivi lì ed inizi a pensare ai tipici passi da fare per animare una festa, senza considerare che in realtà tu sei abituato a pensare per bambini come te, quelli che hanno già tutto, quelli che sono annoiati anche dalla tecnologia più avanzata, figurati se darebbero soddisfazione a te che tenti di farli divertire! Ed ecco che a questo problema sopperiscono questi bambini diversi da te, ti chiedono solo fogli, penne e tanti colori, e ti mostrano orgogliosi di saper scrivere tutte le lettere che hanno imparato a scuola, quella scuola che per i nostri bambini è un luogo di tortura, mentre per loro è l’Eden; iniziano a disegnare te nei panni di una principessa, continuando a ripeterti che sei bella, continuano col disegnare facce col naso lungo sui palloncini perché hanno capito che così ti fanno ridere. Loro fanno ridere te. Allora ti rendi conto che tu non stai animando un bel niente, non stai aiutando proprio nessuno; ti rendi conto che in quei momenti sei la persona più egoista del mondo perché ti stai lasciando cullare da sensazioni che mai avresti pensato di provare, e ti sta bene così. Continui a giocare con loro, a cercare di imparare le loro canzoni, i loro balli, prendendoti gelosamente quegli abbracci e quei baci che ti dispensano con tanto amore; loro, i diversi, che ti conoscono solo da qualche ora e ti fanno sentire già così importante… Vi capite tranquillamente, non c’è alcun bisogno di mediazione e male che vada… Cristina ti trasmette le sue emozioni cantando; il piccolo Christian correndo dappertutto e facendosi rincorrere fin quando non ti vede con la lingua per terra e allora ti raggiunge con un sorriso, prendendoti in giro perché “sei già così vecchio!”; e poi Marius, quel cucciolo d’uomo che non parla quasi, ti fa sentire come stesse facendo dei discorsi lunghissimi con quei sorrisi e quelle risate fragorose quando si lancia da qualsiasi posto e vuol essere preso fra le tue braccia, con quegli occhioni grandi grandi e così profondi che ti ci puoi perdere dentro… Ti diverti mentre loro si sfrenano e ti riempiono di tempera colorata dappertutto, e continui a divertirti forse anche più di loro, fin quando non giunge il momento in cui devono andare via, con ancora sorrisi, abbracci, baci, ma questa volta più forti; baci e abbracci che questa volta significano di più, sono promesse… loro sperano che tu ci sarai ancora, la prossima volta; e mentre ti fanno ciao dall’auto che li sta riportando ai campi, non sanno che la tua speranza è ancora più forte della loro, non sanno che quando quell’auto avrò svoltato, lì fuori due cretine resteranno con le lacrime agli occhi, come se fosse stato strappato loro qualcosa… non sanno che la prossima volta, così come oggi, saranno loro ad aiutare ancora te, a farti crescere, a farti sentire ancora prezioso, e a donarti quegli attimi di pura felicità e serenità al di fuori del mondo che così tanto cerchi nella vita di ogni giorno… non lo sanno che mentre loro si allontanano, tu riesci solo a pensare “Grazie”».

Roberta, Giulia, Giovanna
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