Bambini nel mondo tutti insieme contenti 2009

26 07 2009

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Non poteva trovarsi titolo migliore per il campo estivo “Bambini nel mondo tutti insieme contenti 2009”. Questa l’idea che tutti realizzavano alla “Festa dell’Arrivederci”, tenutasi venerdì 24 luglio alle 16.00 presso l’Istituto Opera del Fanciullo a Capodimonte. L’evento ha chiuso la seconda edizione del progetto curato dalla Fondazione Banco di Napoli Assistenza e Infanzia e dall’Assessorato alle Politiche Sociali della Regione Campania. Sessanta i bambini coinvolti nell’iniziativa: 30 bambini rom appartenenti ai campi (vecchi e nuovi) di Secondigliano e Scampia, 20 provenienti da Senegal, Nuova Guinea, Sri Lanka, Palestina, Macedonia e 10 bambini semplicemente italiani, di Miano e Piscinola. Tutti di età compresa tra i 7 e i 12 anni, figli di immigrati regolari e tutti realmente contenti. Il campo estivo è stato attivo dal 26 giugno al 27 luglio ed è stato condotto da una squadra di otto operatori, tra cui uno psicologo infantile e una mediatrice interculturale per la Fondazione Banco di Napoli, il premio “Donna per la Pace 2003” e “Campania per la Pace e i Diritti umani 2005” Souzan Fatayer. La quale non nasconde la propria soddisfazione, così come Fernanda Spena, direttrice dell’Istituto Porta Bellaria, che ha ospitato, immerso nel verde, le attività ludiche, pedagogiche e ricreative dei bambini. Alla scuola sono state alternate gite e giornate in piscina per far fronte al calore invadente di questo periodo. Souzan Fatayer spiega che i piccoli partecipanti al campo sono stati selezionati su indicazione delle scuole e dei vari capi-comunità cui le rispettive famiglie fanno riferimento.

Hanno presenziato alla festa la rappresentante della Fondazione Banco di Napoli Rosalba Cerqua e l’assessore alle Politiche Sociali Alfonsina De Felice che ha spiegato: «Questo progetto è nato l’anno scorso, dopo la morte di Violetta e Cristina, le due bambine rom annegate nell’indifferenza generale a Torregaveta (guarda qui). Allora l’idea era quella di permettere una vacanza e un servizio concreto alle famiglie in difficoltà. Ma i bambini erano 30, provenienti dai campi rom, e sentivamo che mancava qualcosa. Grazie all’esperienza passata, quest’anno siamo cresciuti con bambini di diverse nazionalità: c’è stata l’integrazione». Concentra l’attenzione sul lavoro dei volontari, che hanno reso possibile tutto questo, e ribadisce la validità di un impegno semplice dagli immediati riscontri sociali. «Nessuno basta a sé stesso, tutti hanno bisogno di tutti». Dopodichè accetta il dono di alcune bambine, uno scialle realizzato dal laboratorio di sartoria con materiale riciclato per l’originale linea di moda “Scuci e ricuci”. «Per valorizzare ciò che è povero e creare dei capi orientati all’artigianato professionale», spiega la direttrice Spena.

Mentre i figli si sono esibiti in uno spettacolo di balli etnici e break-dance, le mamme hanno offerto un buffet a base di pietanze tipiche dei paesi di provenienza. Di fronte alle tavolate esterne si intravedeva la grande piscina allestita nel cortile della scuola e gli spazi dedicati ai bambini.
Infine l’assessore De Felice ha assicurato che la prossima estate si avrà una terza edizione del campo – la speranza è che le elezioni regionali non compromettano la promessa – ed ha ringraziato gli operatori. È il momento dei saluti e, come in ogni arrivederci che si rispetti, c’è anche spazio per la commozione.

Eduardo Di Pietro

Le foto del campo estivo:

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Foto di Martin Errichiello

Le foto della “Festa dell’Arrivederci”:

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Foto di Marco Crisci





Risorsa O Minaccia? Un focus per cercare insieme le risposte

25 04 2009

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Rom. Risorsa o Minaccia?” È il titolo scelto per il focus organizzato ieri dall’Associazione TerradiConfine e dalla Caritas Santa Maria delle Grazie al Felaco. Subito si presenta agli ospiti la portata della domanda: scopo del focus, e di ciascuno dei relatori intervenuti, è fornire informazioni raccolte sul campo. Testimonianze dalla vita reale, quelle che emergono dagli interventi che si susseguono nella struttura del Rione Incis, a Ponticelli, in questo pomeriggio dedicato alla conoscenza dei Rom rumeni.

Giovanna Sito, vicepresidente dell’Associazione TerradiConfine, spiega così il senso del focus, come un’esperienza nata dall’esigenza di conoscere una realtà fisicamente così vicina e apparentemente così imperscrutabile. Racconta del progetto Una bella differenza, iniziato qualche mese fa insieme alla Caritas del Felaco, primo approccio dei giovani dell’Associazione con i bambini rom dei campi di Ponticelli incendiati circa un anno fa. E spiega poi come sia nata da lì, da quell’incontro, l’urgenza di sapere, di raccogliere informazioni e di condividerle con i cittadini.

Informazioni precise e dettagliate sono fornite, in prima battuta, dall’avvocato Christian Valle, attualmente impegnato nella difesa della ragazza rom accusata di tentato rapimento di minore nell’episodio che ha scatenato nel quartiere la caccia alle streghe. L’avvocato, che da anni si occupa di casi legati ai rom, testimonia che le percentuali di rom coinvolti in atti criminosi sono decisamente più basse rispetto a quelle relative agli italiani. Inoltre, aggiunge, i rom effettivamente giudicati colpevoli e quindi condannati sono perlopiù coinvolti in reati contro le cose, come furti e danneggiamenti, laddove i reati contro le persone, che si tratti di stupri, violenze o omicidi, sono appannaggio, nella grande maggioranza dei casi, di italiani. Spiega, Christian Valle, che le notizie vengono trasmesse in modo falsato poiché quando si verifica un atto criminoso è facile che un rom venga arrestato senza particolari indagini preliminari per placare l’opinione pubblica, salvo poi scagionarlo senza particolare clamore mediatico una volta trovati i veri responsabili. E conclude smentendo un po’ di luoghi comuni, come il fatto che i rom rapiscano i bambini, o che siano clandestini, o che vivano nell’illegalità diffusa perché chiedono l’elemosina: la Corte di Cassazione, spiega, ha negato che si tratti di reato.

Ramona Desrobitu, moglie di padre Simeone, prete cristiano-ortodosso a contatto con la comunità rom, sposta il discorso dal piano giudiziario a quello religioso e spirituale, dedicando all’incontro tra i rom, la sua famiglia e la sua chiesa un racconto semplice di semplici gesti di condivisione e di altruismo.

Marco Nieli, da dieci anni impegnato con l’Opera Nomadi, dedica invece il suo intervento a una ricostruzione storica tesa a spiegare i motivi delle attuali condizioni dei rom rumeni in Italia. La fine del nomadismo, lo sfruttamento subito in Romania, la cultura della famiglia che porta le madri a portare con sé i propri figli anche nell’atto di chiedere l’elemosina sono solo alcuni dei punti affrontati durante il discorso, che comprende anche la testimonianza di un viaggio personale in Romania, a Calarashi, città d’origine di molti dei rom di Ponticelli. Il loro tenore di vita lì, racconta, era talmente basso da rendere necessaria la migrazione per cercare una vita migliore. Molte delle famiglie rom migranti hanno come obiettivo quello di tornare a casa, un giorno, per assicurare una vita migliore ai propri figli.

Pino Petruzzelli, autore del libro Non chiamarmi zingaro, lascia poi una serie di piccole tracce, di stimolanti racconti raccolti per strada, viaggiando attraverso l’Italia e l’Europa dell’est ed incontrando di persona rom e sinti. I suoi flash, le sue storie di vita vera sono uno spunto per raccontare il disagio di chi, ben integrato nella società, preferisce tener nascoste le sue origini; per parlare dello sterminio dei rom durante la seconda guerra mondiale; per descrivere la politica di allontanamento forzato dei bambini rom dalle proprie famiglie attuata per lungo in Svizzera; per far presenti le abitudini, le capacità lavorative, i tratti culturali, le differenze etniche che caratterizzano i rom.

Ulteriori spunti di riflessione e di approfondimento vengono dalle domande di chi ascolta: sull’apporto dei rom al movimento di liberazione nazionale, dopo la Guerra Mondiale; sulla condizione dei bambini rom; sui problemi dell’integrazione.

L’intervento di alcuni ragazzi e padri rom presenti in sala costituisce poi una testimonianza diretta, uno spaccato sulla vita nei campi. Vionel parla di criminalità, e spiega che chi delinque danneggia tutti, lui compreso. Invita a guardare alle persone, a non giudicare un intero gruppo per le azioni di un singolo. Come lui, altri esortano alla conoscenza, all’abolizione del pregiudizio. Poche parole e semplici, che non fanno altro che sancire l’avvenuto contatto, l’auspicata comunicazione tra due mondi troppo spesso dipinti come mondi lontani e antitetici.

In chiusura, Paola Romano, per la Caritas Santa Maria delle Grazie al Felaco, rivolge una lunga serie di ringraziamenti a chi ha lavorato e lavora quotidianamente a contatto con la comunità rom, e a chi rende possibile e bello, ogni volta, l’incontro.

Un messaggio importante conclude il focus: incontrarsi è possibile, se solo c’è da entrambe le parti voglia di conoscere. Solo la conoscenza reale può arginare i fenomeni di emarginazione e il conflitto sociale che hanno reso possibili gli incendi e gli sgomberi dello scorso anno. La partecipazione dei cittadini e la qualità degli interventi ha fatto sì che questo focus costituisse un mattoncino, l’inizio di un percorso d’informazione collettiva che sia alla base di una convivenza pacifica e costruttiva.

Giulia Amati

Hanno scritto di noi:

PONTICELLI RIPARTE DALLA CACCIATA DEI ROM

Ieri Focus sulla cultura del popolo nomade

leggi l’articolo su New Bigol

I rom tornano a Ponticelli: rimandate a scuola i nostri figli
leggi qui l’articolo di G. Manzo tratto dal Corriere del Mezzogiorno

Ponticelli: riflettori sulla cultura ROM – Napoli
leggi l’articolo su Napoli-Bloggalo!

Cultura Rom a Ponticelli

Leggi qui l’articolo su il Gazzettino Vesuviano






Per imparare a conoscere ciò che non sappiamo accettare

18 04 2009

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L’ associazione socio-politico culturale TerradiConfine è lieta di invitare tutti i lettori di questo blog al Focus sulla cultura e la storia dei Rom rumeni dal titolo “Rom. Risorsa o minaccia? Per imparare a comprendere ciò che non sappiamo accettare” che si terrà venerdì 24 Aprile alle ore 17 presso il Centro Polivalente in viale Ernest Hemingway 102, Rione Incis – Napoli (Visualizzazione ingrandita della mappa).

Il focus realizzato nell’ambito del progetto “Una bella differenza” in collaborazione con la Caritas di Santa Maria delle Grazie al Felaco, ha come obiettivo la diffusione di informazione obiettiva su un’etnia quale quella Rom spesso al centro dell’attenzione mediatica ma poco spesso analizzata dal punto di vista culturale, storico e sociale.

Interverranno al focus:

· Marco Nieli, responsabile del settore scuola del Opera Nomadi di Napoli

· Christian Valle, avvocato

· Padre Simeone Desrobitu, prete cristiano-ortodosso

· Pino Petruzzelli, autore del libro “Non chiamarmi zingaro” e responsabile del Teatro Ipotesi di Genova

Speranzosi in una vostra presenza al focus, vi invitiamo a continuare a visitare www.terradiconfine.wordpress.com!!!

Associazione TerradiConfine

 





TerradiConfine for Roms

14 04 2009

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Rom. Rumeni. Sinti. Zingari. Nomadi.

Suonatori di violino. Rapitori di bambini. Artigiani. Ladri.

La sagra dei luoghi comuni.

Nel regno delle “chiacchiere da bar”, quando si parla di Rom domina incontrastata la confusione. E loro, i protagonisti, sono palla contesa tra due poli diametralmente opposti, ciascuno egualmente lontano dalla verità. Il primo polo ci restituisce un’immagine romantica e picaresca del Rom, che ama spostarsi in carovana, girare il mondo a suon di musica e vivere ai margini della società, in quel che resta della natura. L’altro polo è quello che fa del Rom un parassita, un asociale, che nella società non vuole integrarsi perché non vuole obbedire ai doveri, che non cerca lavoro perché preferisce rubare, che rapisce i bambini perché chiedano l’elemosina ai semafori. La prevalenza di una o dell’altra immagine, tra i membri della cosiddetta società civile, dipende da vari fattori sociali, politici, mediatici, culturali. Inutile dirlo, al momento la xenofobia generalizzata rende dominante la convinzione che il Rom sia un nemico della società. Da emarginare, combattere, espellere. Un’idea pericolosa, perché basata su credenze, su pregiudizi, su generalizzazioni sedimentate in un arco temporale lunghissimo.

La difficoltà maggiore, quando si parla di Rom, è trovare informazioni oggettive, attendibili, e poi metterle in ordine. I Rom sono un popolo “senza Storia”, semplicemente perché la loro Storia è sempre stata scritta da altri. Chi l’ha fatto, chi ha raccontato di questo popolo, difficilmente ne ha ricostruito un quadro organico. I Rom si distinguono in varie etnie. Le loro usanze, la loro cultura, la loro religione, tutte variano in base alla provenienza geografica. La Storia dei Rom è una coperta di patchwork, un mosaico di testimonianze e di piccole storie, individuali e collettive, tramandate oralmente e trascritte da altri, dai gagè, i non Rom. La Storia dei Rom è una Storia che, messa in connessione con un’analisi puntuale delle società con cui essi entrano in contatto, aiuterebbe a capire perché i Rom siano tanto spesso considerati un “problema sociale”, perché siano una minoranza quasi sempre ghettizzata. Soprattutto, la conoscenza reale è l’unica via per trovare un ventaglio di possibili soluzioni politiche, culturali e sociali per favorire la convivenza.

TerradiConfine ha visto, a Ponticelli, le condizioni in cui versavano i campi Rom stanziati nei pressi di via Argine, ed ha visto l’esasperazione dei cittadini per la precarietà di quelle condizioni.

TerradiConfine ha visto le istituzioni incapaci di garantire ai Rom, prima, le adeguate condizioni igieniche e sanitarie e di gestire l’annosa situazione della sistemazione dei campi e, poi, di controllare e contenere la rabbia esplosa dei cittadini del quartiere.

TerradiConfine ha visto la popolazione di Ponticelli insorgere, molotov alla mano, contro le famiglie Rom, e cacciarli via dal quartiere con la forza del fuoco e la minaccia delle spranghe di ferro.

TerradiConfine ha reagito, d’istinto, con la voglia di riscattare il quartiere da quella feroce dimostrazione d’intolleranza e soprattutto, di liberarsi dal senso di impotenza.

Quando all’istinto ha fatto seguito la razionalità, due sono stati i percorsi intrapresi. Il primo si chiama “Una bella differenza”, ed è il progetto avviato nel Dicembre 2008 insieme alla Caritas del Felaco e destinato ai bambini dei campi Rom sfollati. Il secondo è un percorso di riflessione, di conoscenza, nato dall’ansia di capire le ragioni di tanto odio. Se odio e intolleranza nascono dalla paura di ciò che non si conosce, a maggior ragione cercare informazioni e conoscere la storia di questo popolo è diventata un’urgenza.

Parte, per questo motivo, la campagna informativa “For Roms”: è l’impegno di TerradiConfine a documentarsi, a cercare storie e raccoglierle per chi, come noi, voglia sapere, direttamente dai protagonisti.

Associazione TerradiConfine





Meravigliosamente… sconfinati

10 12 2008

Sembrano più grandi, quando cantano nella loro lingua ed assumono un’aria seria e concentrata. Invece sono una manciata di bambini, pronti ad esplodere in risate fragorose quando tenti di ripetere in modo goffo ed impacciato le loro canzoni. Una manciata di bambini che si incontrano per una giornata di festa, poiché non giocano più tutti insieme da quando i campi in cui vivevano, a Ponticelli, sono stati bruciati e sfollati. Molti di loro non vanno nemmeno più a scuola, e le loro giornate le passano a casa, nei nuovi campi che li hanno accolti. Questa giornata è per loro, per i bimbi rom di Ponticelli, che ora vivono chi a Barra, chi a Capodichino, chi altrove, e in questo sabato soleggiato s’incontrano negli spazi ampi e accoglienti della parrocchia del Felaco, Ponticelli, grazie all’impegno costante e testardo dei volontari che non hanno mai smesso di occuparsi di loro.

«Venerdì sera ho raccontato ad una mia amica quello che avrei fatto sabato mattina con i ragazzi di TerradiConfine. Entusiasta, le ho spiegato della situazione dei bambini rom, di quanto secondo me fosse importante questa iniziativa. Lei di tutta risposta mi dice «che se ne tornino al loro paese, sono meglio i neri che i rom; i bimbi mi fanno pena, ma pensando a come diventano… mi fanno schifo pure loro». Improvvisamente quell’iniziativa che già prima mi sembrava bella, giusta, lo è diventato ancora di più. Non posso negare che ero terrorizzata, per il semplice motivo che c’erano tanti bambini da far divertire, ed io non ho tanta dimestichezza con loro. Ma poi quella paura iniziale è passata, nell’istante in cui i bimbi, vedendoci, ci hanno salutato con enormi sorrisi, come se ci conoscessero da tempo. Sono andata lì pensando che dovessimo regalare ai bambini una giornata di divertimento… mai avrei pensato che avrebbero loro regalato a me tanta gioia. Perché non c’è nulla di più commovente che vedere bimbi che fino a qualche mese fa trascorrevano tutte le giornate insieme rincontrarsi dopo tanto tempo, abbracciarsi e baciarsi; nulla di più dolce che vedere come chiedano un bacio, o di esser presi in braccio; nulla di più bello che poter “insegnare” loro come si scatta una fotografia, e vedere la loro espressione divertita, stupita e al tempo stesso soddisfatta nel guardare una foto scattata agli amici con le proprie mani. Sono bambini che imparano in fretta: che la carta non si butta a terra ma nella spazzatura, che se passi la mano su un palloncino colorato con il pennarello ti sporchi. Quei bambini che vivono in una realtà, in una società completamente diversa dalla nostra, non sono altro, però, che bambini, che vogliono rincorrersi e giocare. E forse una piccola differenza sta proprio nei giochi: i nostri sono la playstation, il computer; i loro sono all’aria aperta, giochi il cui pegno da pagare è quello di ricevere un bacio».

«La cosa straordinaria, nei bambini, è la loro naturale capacità di calamitare su di sé tutta l’attenzione, di travolgerti interamente, di aggirare qualsiasi problema ostacoli la comunicazione. Quando sono in tanti, quando fanno gruppo, diventano una forza dirompente, e le alternative sono due soltanto: sei con loro, come loro, oppure no. Lo capisci chiaramente quando, ad esempio, Christian ti chiede di correre con lui, ed aggiunge: «Sei bimba anche tu…»; e poi lo percepisci in ogni momento. Se giochi con loro, canti con loro, disegni con loro; se gli insegni a scattare qualche foto, gli chiedi di mostrarti i loro giochi, ti sporchi di tempere colorate insieme a loro, allora sei nel gruppo. E la giornata passa in fretta, anche troppo. Certo, è stancante, perché ogni tanto devi alzare la voce e riportarli all’ordine, perché ti corrono incontro e vogliono essere presi al volo, perché magari devi inseguirli, bloccarli mentre stanno per cimentarsi in capriole e salti mortali, staccarli a forza dal cancello che con aria indifferente stanno scavalcando, recuperarli quando riescono a uscire in strada di soppiatto. Poi basta da parte loro, che non ti hanno mai visto prima di allora, un abbraccio improvviso, un sorriso spontaneo, un bacio forte forte mentre giochi, e la fatica scompare. Sono così, i bambini. Tutti uguali. Uguali nella voglia di giocare, nella tenerezza che sanno trasmettere, nelle espressioni indisponenti quando vogliono prenderti in giro o fare di testa loro, nell’entusiasmo di fronte a qualcosa di nuovo. Brillano allo stesso modo gli occhi di tutti i bambini, quando vedono i colori, le tempere, i pennarelli. Sono così ugualmente diversi l’uno dall’altro, così ugualmente unici, che è difficile capire qual è la differenza tra loro ed i “bambini nostri”, come qualcuno dice riferendosi ai figli italiani di cittadini italiani. La differenza è una sola, e la scopri a fine giornata, quando devi salutarli perché si torna a casa. La differenza è che Diego, Simona, Carlotta torneranno a casa con le loro mamme, contenti di una giornata di gioco, bella come tante altre. E invece Marius, Gabri, Monìca, Christina e gli altri venti bambini rom aspettano pazienti che i volontari che hanno giocato con loro tutto il giorno, in questo momento di festa così speciale da meritare addirittura i vestiti buoni, li riportino ai loro campi, lontani l’uno dall’altro, lontani dalla scuola, lontani dalla normalità. A questo, non c’è spiegazione razionale che tenga. E difatti la razionalità cede il passo all’impulso, e quando ti salutano dai finestrini delle auto che li riporteranno a casa, l’unica cosa che senti è la voglia -egoistica, forse- di trattenerli ancora un po’…»

«Vai con tutta la buona volontà di questo mondo, convinta che stai per fare qualcosa che non solo serve a dare una mano agli operatori sociali che si occupano di questo progetto da tanto tempo, ma soprattutto avrai smosso la tua coscienza, dedicando una mezza giornata di un sabato a dei bambini che nemmeno lo sanno che è sabato, perché il calendario è quasi inesistente a casa loro, è una realtà che non li tocca. Beati loro, aggiungerei io. Arrivi lì ed inizi a pensare ai tipici passi da fare per animare una festa, senza considerare che in realtà tu sei abituato a pensare per bambini come te, quelli che hanno già tutto, quelli che sono annoiati anche dalla tecnologia più avanzata, figurati se darebbero soddisfazione a te che tenti di farli divertire! Ed ecco che a questo problema sopperiscono questi bambini diversi da te, ti chiedono solo fogli, penne e tanti colori, e ti mostrano orgogliosi di saper scrivere tutte le lettere che hanno imparato a scuola, quella scuola che per i nostri bambini è un luogo di tortura, mentre per loro è l’Eden; iniziano a disegnare te nei panni di una principessa, continuando a ripeterti che sei bella, continuano col disegnare facce col naso lungo sui palloncini perché hanno capito che così ti fanno ridere. Loro fanno ridere te. Allora ti rendi conto che tu non stai animando un bel niente, non stai aiutando proprio nessuno; ti rendi conto che in quei momenti sei la persona più egoista del mondo perché ti stai lasciando cullare da sensazioni che mai avresti pensato di provare, e ti sta bene così. Continui a giocare con loro, a cercare di imparare le loro canzoni, i loro balli, prendendoti gelosamente quegli abbracci e quei baci che ti dispensano con tanto amore; loro, i diversi, che ti conoscono solo da qualche ora e ti fanno sentire già così importante… Vi capite tranquillamente, non c’è alcun bisogno di mediazione e male che vada… Cristina ti trasmette le sue emozioni cantando; il piccolo Christian correndo dappertutto e facendosi rincorrere fin quando non ti vede con la lingua per terra e allora ti raggiunge con un sorriso, prendendoti in giro perché “sei già così vecchio!”; e poi Marius, quel cucciolo d’uomo che non parla quasi, ti fa sentire come stesse facendo dei discorsi lunghissimi con quei sorrisi e quelle risate fragorose quando si lancia da qualsiasi posto e vuol essere preso fra le tue braccia, con quegli occhioni grandi grandi e così profondi che ti ci puoi perdere dentro… Ti diverti mentre loro si sfrenano e ti riempiono di tempera colorata dappertutto, e continui a divertirti forse anche più di loro, fin quando non giunge il momento in cui devono andare via, con ancora sorrisi, abbracci, baci, ma questa volta più forti; baci e abbracci che questa volta significano di più, sono promesse… loro sperano che tu ci sarai ancora, la prossima volta; e mentre ti fanno ciao dall’auto che li sta riportando ai campi, non sanno che la tua speranza è ancora più forte della loro, non sanno che quando quell’auto avrò svoltato, lì fuori due cretine resteranno con le lacrime agli occhi, come se fosse stato strappato loro qualcosa… non sanno che la prossima volta, così come oggi, saranno loro ad aiutare ancora te, a farti crescere, a farti sentire ancora prezioso, e a donarti quegli attimi di pura felicità e serenità al di fuori del mondo che così tanto cerchi nella vita di ogni giorno… non lo sanno che mentre loro si allontanano, tu riesci solo a pensare “Grazie”».

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Roberta, Giulia, Giovanna