Fuitevenne!

14 12 2009

Chi di noi giovani napoletani non conosce il kestè in largo San Giovanni Maggiore Pignatelli, nel centro storico della città, oppure il kestè: d’inner in corso Umerto I, a Pozzuoli? L’esperienza che ha segnato i due locali e Fabrizio Caliendo, il curatore del progetto kestè fin dalla sua nascita, dodici anni fa a Pozzuoli, è una storia esemplare di lotta alla camorra.

Grazie alla rete e al social network Caliendo cerca di compensare l’indifferenza delle istituzioni con l’attenzione mediatica. Così spiega la sua partecipazione a “Rai Educational Gap”: «il 20 dicembre 2008 ho partecipato alla manifestazione “Io sono Saviano” come imprenditore coraggio ed ho reso pubblica la mia storia, come forma di estremo appello alle istituzioni e ai media. Lo stesso giorno ho fondato il gruppo “denunciare la camorra: un pessimo affare“. Unico risvolto positivo di questa mia attività è stato l’interessamento da parte di Gianni Minoli della mia storia. La trasmissione che vedrete è stata girata da Rai Educational ad aprile. 9 mesi fa.  Il programma è andato in onda i primi di agosto. 4 mesi fa. Da allora ancora nulla è cambiato. La mia testimonianza video è ancora tutta attuale. Ma dal ministero nessun segno, nonostante i ripetuti messaggi di emergenza inviati. Il kestè rischia di fallire a causa dei danni subiti dalla camorra. Dal 20 dicembre scorso la mia storia corre sul web e tra i media, visto che in 10 anni di lettere e richieste di sostegno non si è riuscito a smuovere nulla… Ma nè al Comune di Napoli, nè al Ministero dell’Interno questo sembra interessare».

Nonostante le difficoltà di ogni giorno, oggi il kestè è una realtà propositiva e forte per la città, con iniziative culturali e di riqualificazione urbana, il cui impegno sostiene e sprona la speranza di tutti noi.
Di seguito i video della puntata: dall’apertura a Pozzuoli del locale, passando per il racket imposto dalla camorra con la conseguente chiusura dell’esercizio e il trapianto al centro storico; fino alla riapertura a Pozzuoli alle intimidazioni e alle richieste di aiuto inascoltate. Il racconto di Caliendo e l’approfondimento del prof. Amato Lamberti sono illuminanti alternative all’esortazione avvilita di Eduardo ai giovani napoletani: “fuitevenne!” .

AlbA





Pasqua a Napoli : paganesimo targato 3° Millennio

13 04 2009

Pasqua, giorno di resurrezione, dovrebbe trasformarsi in giorno di morte; non intesa come morte della carne dell’uomo, ma piuttosto come fine di idee sbagliate. E’ auspicabile la morte della povertà, della sofferenza, della mafia, e di tutte quelle ideologie che tanto deprezzano gli uomini, fino al punto di farne boia di sé stessi e della loro stessa progenie.

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Nella sfera napoletana una delle pratiche più diffuse nella giornata della Pasqua, che si protrae per tutta la giornata del Lunedì in Albis, è il folle rito (per altro pagano) di occupare le vie cittadine con processioni. La “festa” consisterebbe nel portare in spalla simulacri pseudo-sacri con le effigi della Madonna: dei veri e propri carri carnevaleschi, simulando pellegrinaggi che non hanno nulla a che fare con la religione, per altro fatti da gente che del sacro non conosce nemmeno l’esistenza. Tra le loro fila spesso si contano peccatori di ogni risma, persone abituate a delinquere, e che fanno della criminalità la loro attività principale.

Questi, vestiti come ad una parata, sfoggiando indumenti tutti uguali tra di loro e alquanto eccentrici, si arrogano il diritto dell’usufrutto a loro totale piacimento delle strade della città, impedendo la normale viabilità in una città già troppo tormentata dai suoi annosi problemi di traffico, e ostinandosi a trasportare dei grossi carri allegorici, i quali vorrebbero rinnovare il ricordo di improbabili miracoli avvenuti in un lontano passato.

Questi riti del tutto pagani sono stati vietati dalle autorità ecclesiastiche, ma questi improvvisati pellegrini, non mostrano alcuna propensione alla resa di queste antiche scorribande, se non altro perché sono uno dei pochi svaghi che il popolino, quello più abbandonato alla sua misera esistenza, riesce ad organizzare, dove alcuni eccessi vengono fatti passare per “fede”.

La maggior parte di questi carri, dopo non poche ballatine in onore della Madonna, dopo tante piroette fatte davanti alle varie edicole che essi incontrano sul loro percorso, ora fatte a suon di marcette militari, ora fatte sulle note di canti patriottici, si incamminano tutti verso il santuario della Madonna Dell’Arco, nel comune di S Anastasia (provincia di Napoli), dove arrivano allo stremo delle forze, e dove sperano che gli vengano rimessi i loro molteplici peccati, depositando in loco i proventi della incessante questua che sono soliti fare anche con discutibili modi. Dal canto loro i monaci che gestiscono l’importante sito religioso, non accettano più i carri che i pellegrini erano soliti lasciare nella chiesa, essi si limitano solo a prendere le offerte in denaro, lasciando tacitamente perpetuare questi atti di puro paganesimo targato 3° millennio. A questo punto è proprio il caso di dire “benvenuta pioggia, che tutte le strade mondi, anche quelle percorse dalla falsa fede”.

In definitiva mi faccio l’augurio che questa possa essere una Pasqua che segni la resurrezione della legalità, dell’onestà e della vera fratellanza, molte volte invocata ma non ancora messa in pratica. Auguri.

-Mimmo-

da Napoli Bloggalo!





Violenza ed immigrati, vera connessione?

25 02 2009

Analisi sul comportamento degli “immigrati”, all’interno del nostro contesto sociale.

In seguito alla inquietante miriade di stupri e violenze da parte di immigrati, nascono nel popolo italiano varie nuove sensazioni, che si manifestano in modi diversi e con sfumature diverse. C’è chi prova paura, chi rabbia, chi rancore, a la xenofobia diventa il modo per liberarsi da questo malessere. Ormai si associa l’immagine di immigrato con l’idea di criminale, spietato e stupratore. E’ come dire che i napoletani sono tutti camorristi. Ma non è per niente così. Un popolo non deve essere identificato con i suoi trasgressori, ma con le sue persone buone. Come accadde a Ponticelli, nell’atto razzista di incendiare i campi nomadi per vendetta, si è ritenuto che il gesto sconsiderato di una ragazza rom rispecchiasse tutta la cultura di un popolo. Entrando nei campi e parlando con altre persone, si capisce chiaramente che non è così. Ma intanto hanno pagato tutti, per gli errori di pochi.

La colpa principale sta nella comunicazione di massa, erronea, perché trasmette in tutta Italia un’idea falsata di immigrati, solo per fare scalpore giornalistico. Anche gli italiani sono stupratori, e fanno anche di peggio, però si accaniscono tutti sugli immigrati. Abbiamo trovato lo sfogo.

Bisogna ammettere che, in parte, gli extracomunitari sono davvero in stretto contatto con la violenza. La loro pazienza è costantemente messa alla prova, da umiliazioni varie, ed i soggetti più instabili (o poco educati, loro non hanno la nostra stessa fortuna di poter andare a scuola) non resistono. Mettendosi nei loro panni, ci si accorge accorgiamo di come vedono la vita. Non hanno fatto nessun peccato per nascere in un paese poverissimo, per morire di fame o per vedere i propri figli morire di malattie. È ovvio che un povero essere umano, che si ritiene fortunato di poter evadere da quel postaccio, sebbene sia il proprio paese natale, cerca altri luoghi dove vivere, più prosperi. Cosa vede al suo arrivo? Ricchezza, sperpero di denaro, vizi, giovani con abiti costosissimi, in macchine sportive. Quale rabbia dovrebbe provare nel vedere che i figli degli italiani sono al caldo in casa, spesso ignorati da genitori incoscienti, mentre i suoi figli muoiono di fame, non hanno neanche un pupazzo per giocare, non possono andare a scuola, e la maggior parte delle volte restano nel proprio paese, separandosi definitivamente dal padre? E’ da questa drammatica realtà che si comprende la reazione rabbiosa e vendicativa di un popolo. Quando dalle tue stesse radici ricevi rabbia e voglia di vendetta, invidia e voglia di riscatto, è più probabile essere inclini a commettere atti illeciti.

La colpa in questo caso è del sistema, arrogante ed iniquo. Come ci si può prendere la briga di definire la terra di proprietà? Le lotte per la conquista del territorio ci sono sempre state, e tutti i nostri avi hanno, non sempre, imposto la loro cultura ad altri popoli. Anche i gloriosi antichi Romani stupravano le donne dei popoli vicini, ma loro erano i conquistatori, non i poveracci!

Infine, si deve condannare, di certo, chi commette atti illeciti, che lo sono universalmente, ma non si può etichettare un popolo come “cattivo” solo per le azioni sconsiderate di alcuni membri. L’errore più grande è quello di pretendere che si rispettino le leggi, anche se non sono rispettate da tutti. Pretendere che non sia intaccata la propria felicità, anche se non viene assicurata a tutti.

E’ come volere che siano tutti sazi, se poi mangiano solo in pochi.

Vincenzo De Luca Bossa

da Gazzetta degli Studenti