Rom vuol dire criminale

1 12 2009

Un articolo che non ha bisogno di presentazioni.

Parole choc dei giudici del tribunale dei Minori di Napoli che negano i domiciliari a una minorenne a causa della sua etnia

di Emiliano Fittipaldi

Se si appartiene all’etnia rom, non si può che delinquere. Lo scrivono, in sintesi, i giudici del tribunali dei minorenni di Napoli, con parole che sembrano, francamente, incredibili. La storia è quella della ragazzina rom di 15 anni, accusata di aver rapito una neonata a Ponticelli nel maggio del 2008. Un fatto di cronaca che scatenò la rabbia dei residenti e la devastazione dei campi del popolare quartiere napoletano.

La ragazzina, A.V., grazie alla testimonianza della madre della rapita, è stata condannata in primo grado e in appello a 3 anni e 8 mesi, e da un anno e mezzo è rinchiusa nel carcere minorile di Nisida. L’avvocato ha chiesto prima dell’estate gli arresti domiciliari, ma il tribunale, in sede di appello al riesame, ha bocciato la richiesta. Con una motivazione sconcertante, destinata a scatenare polemiche infinite.

«Le conclusioni indicate» dicono i giudici «sono sostanzialmente confermate dalla relazione depositata in atti dalla quale, a prescindere dalle cause, emerge che l’appellante è pienamente inserita negli schemi tipici della cultura rom. Ed è proprio l’essere assolutamente integrata in quegli schemi di vita che rende, in uno alla mancanza di concreti processi di analisi dei propri vissuti, concreto il pericolo di recidiva». In sostanza, la razza e l’etnia definiscono il comportamento delinquenziale della piccola. Un ipotesi abnorme, visto che stiamo parlando di giudici dello Stato che lo scrivono nero su bianco, e non di un comizio del più intransigente leghista da stadio. «Un precedente gravissimo» sostiene l’avvocato della bambina Cristian Valle, «che basa sulla razza l’ipotesi di condotte criminose. Non solo sulla possibilità di commettere reati, ma pure sulla tendenza a condotte recidive.

La vox populi con la quale si dice che i rom rubano i bambini, diventa certezza giuridica. E’ assurdo, indegno. Non ho mai visto una decisione così. In un clima da leggi di stampo razziale, anche i giudici si adeguano». In effetti, con la stessa logica, altri giudici potrebbero giustificare le loro decisioni descrivendo gli schemi tipici della cultura ebraica o islamica, e qualcun altro potrebbe spingersi a discettare – per chiunque vive in terre ad alta criminalità – che napoletani, calabresi o siciliani sono tendenzialmente delinquenti perchè inseriti negli «schemi culturali» di quelle zone. La decisione del tribunale e le parole della motivazione sono state prese collegialmente da quattro giudici, tra togati e onorari (un sociologo e uno psicologo): vuol dire che la maggioranza, almeno tre, erano d’accordo con il tono del rigetto.
I magistrati insistono: «Va inoltre sottolineato che, allo stato, unica misura adeguata alla tutela delle esigenze cautelari evidenziate appare quella applicata della custodia in Istituto penitenziario minorile. Sia il collocamento in comunità che la permanenza in casa risultano infatti misure inadeguate anche in considerazione della citata adesione agli schemi di vita Rom che per comune esperienza determinano nei loro aderenti il mancato rispetto delle regole».

Sono parole che sfiorano, dice Valle, la discriminazione razziale, e mettono in pericolo i diritti civili e umani della bambina condannata. «In modo sconcertante» spiega l’avvocato «si afferma l’opzione del carcere su base etnica e, attraverso la definizione di “comune esperienza”, i più biechi e vergognosi pregiudizi contro la minoranza rom vengono elevati al rango di categoria giuridica».

http://espresso.repubblica.it/

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Bambini nel mondo tutti insieme contenti 2009

26 07 2009

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Non poteva trovarsi titolo migliore per il campo estivo “Bambini nel mondo tutti insieme contenti 2009”. Questa l’idea che tutti realizzavano alla “Festa dell’Arrivederci”, tenutasi venerdì 24 luglio alle 16.00 presso l’Istituto Opera del Fanciullo a Capodimonte. L’evento ha chiuso la seconda edizione del progetto curato dalla Fondazione Banco di Napoli Assistenza e Infanzia e dall’Assessorato alle Politiche Sociali della Regione Campania. Sessanta i bambini coinvolti nell’iniziativa: 30 bambini rom appartenenti ai campi (vecchi e nuovi) di Secondigliano e Scampia, 20 provenienti da Senegal, Nuova Guinea, Sri Lanka, Palestina, Macedonia e 10 bambini semplicemente italiani, di Miano e Piscinola. Tutti di età compresa tra i 7 e i 12 anni, figli di immigrati regolari e tutti realmente contenti. Il campo estivo è stato attivo dal 26 giugno al 27 luglio ed è stato condotto da una squadra di otto operatori, tra cui uno psicologo infantile e una mediatrice interculturale per la Fondazione Banco di Napoli, il premio “Donna per la Pace 2003” e “Campania per la Pace e i Diritti umani 2005” Souzan Fatayer. La quale non nasconde la propria soddisfazione, così come Fernanda Spena, direttrice dell’Istituto Porta Bellaria, che ha ospitato, immerso nel verde, le attività ludiche, pedagogiche e ricreative dei bambini. Alla scuola sono state alternate gite e giornate in piscina per far fronte al calore invadente di questo periodo. Souzan Fatayer spiega che i piccoli partecipanti al campo sono stati selezionati su indicazione delle scuole e dei vari capi-comunità cui le rispettive famiglie fanno riferimento.

Hanno presenziato alla festa la rappresentante della Fondazione Banco di Napoli Rosalba Cerqua e l’assessore alle Politiche Sociali Alfonsina De Felice che ha spiegato: «Questo progetto è nato l’anno scorso, dopo la morte di Violetta e Cristina, le due bambine rom annegate nell’indifferenza generale a Torregaveta (guarda qui). Allora l’idea era quella di permettere una vacanza e un servizio concreto alle famiglie in difficoltà. Ma i bambini erano 30, provenienti dai campi rom, e sentivamo che mancava qualcosa. Grazie all’esperienza passata, quest’anno siamo cresciuti con bambini di diverse nazionalità: c’è stata l’integrazione». Concentra l’attenzione sul lavoro dei volontari, che hanno reso possibile tutto questo, e ribadisce la validità di un impegno semplice dagli immediati riscontri sociali. «Nessuno basta a sé stesso, tutti hanno bisogno di tutti». Dopodichè accetta il dono di alcune bambine, uno scialle realizzato dal laboratorio di sartoria con materiale riciclato per l’originale linea di moda “Scuci e ricuci”. «Per valorizzare ciò che è povero e creare dei capi orientati all’artigianato professionale», spiega la direttrice Spena.

Mentre i figli si sono esibiti in uno spettacolo di balli etnici e break-dance, le mamme hanno offerto un buffet a base di pietanze tipiche dei paesi di provenienza. Di fronte alle tavolate esterne si intravedeva la grande piscina allestita nel cortile della scuola e gli spazi dedicati ai bambini.
Infine l’assessore De Felice ha assicurato che la prossima estate si avrà una terza edizione del campo – la speranza è che le elezioni regionali non compromettano la promessa – ed ha ringraziato gli operatori. È il momento dei saluti e, come in ogni arrivederci che si rispetti, c’è anche spazio per la commozione.

Eduardo Di Pietro

Le foto del campo estivo:

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Foto di Martin Errichiello

Le foto della “Festa dell’Arrivederci”:

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Foto di Marco Crisci





TerradiConfine for Roms

14 04 2009

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Rom. Rumeni. Sinti. Zingari. Nomadi.

Suonatori di violino. Rapitori di bambini. Artigiani. Ladri.

La sagra dei luoghi comuni.

Nel regno delle “chiacchiere da bar”, quando si parla di Rom domina incontrastata la confusione. E loro, i protagonisti, sono palla contesa tra due poli diametralmente opposti, ciascuno egualmente lontano dalla verità. Il primo polo ci restituisce un’immagine romantica e picaresca del Rom, che ama spostarsi in carovana, girare il mondo a suon di musica e vivere ai margini della società, in quel che resta della natura. L’altro polo è quello che fa del Rom un parassita, un asociale, che nella società non vuole integrarsi perché non vuole obbedire ai doveri, che non cerca lavoro perché preferisce rubare, che rapisce i bambini perché chiedano l’elemosina ai semafori. La prevalenza di una o dell’altra immagine, tra i membri della cosiddetta società civile, dipende da vari fattori sociali, politici, mediatici, culturali. Inutile dirlo, al momento la xenofobia generalizzata rende dominante la convinzione che il Rom sia un nemico della società. Da emarginare, combattere, espellere. Un’idea pericolosa, perché basata su credenze, su pregiudizi, su generalizzazioni sedimentate in un arco temporale lunghissimo.

La difficoltà maggiore, quando si parla di Rom, è trovare informazioni oggettive, attendibili, e poi metterle in ordine. I Rom sono un popolo “senza Storia”, semplicemente perché la loro Storia è sempre stata scritta da altri. Chi l’ha fatto, chi ha raccontato di questo popolo, difficilmente ne ha ricostruito un quadro organico. I Rom si distinguono in varie etnie. Le loro usanze, la loro cultura, la loro religione, tutte variano in base alla provenienza geografica. La Storia dei Rom è una coperta di patchwork, un mosaico di testimonianze e di piccole storie, individuali e collettive, tramandate oralmente e trascritte da altri, dai gagè, i non Rom. La Storia dei Rom è una Storia che, messa in connessione con un’analisi puntuale delle società con cui essi entrano in contatto, aiuterebbe a capire perché i Rom siano tanto spesso considerati un “problema sociale”, perché siano una minoranza quasi sempre ghettizzata. Soprattutto, la conoscenza reale è l’unica via per trovare un ventaglio di possibili soluzioni politiche, culturali e sociali per favorire la convivenza.

TerradiConfine ha visto, a Ponticelli, le condizioni in cui versavano i campi Rom stanziati nei pressi di via Argine, ed ha visto l’esasperazione dei cittadini per la precarietà di quelle condizioni.

TerradiConfine ha visto le istituzioni incapaci di garantire ai Rom, prima, le adeguate condizioni igieniche e sanitarie e di gestire l’annosa situazione della sistemazione dei campi e, poi, di controllare e contenere la rabbia esplosa dei cittadini del quartiere.

TerradiConfine ha visto la popolazione di Ponticelli insorgere, molotov alla mano, contro le famiglie Rom, e cacciarli via dal quartiere con la forza del fuoco e la minaccia delle spranghe di ferro.

TerradiConfine ha reagito, d’istinto, con la voglia di riscattare il quartiere da quella feroce dimostrazione d’intolleranza e soprattutto, di liberarsi dal senso di impotenza.

Quando all’istinto ha fatto seguito la razionalità, due sono stati i percorsi intrapresi. Il primo si chiama “Una bella differenza”, ed è il progetto avviato nel Dicembre 2008 insieme alla Caritas del Felaco e destinato ai bambini dei campi Rom sfollati. Il secondo è un percorso di riflessione, di conoscenza, nato dall’ansia di capire le ragioni di tanto odio. Se odio e intolleranza nascono dalla paura di ciò che non si conosce, a maggior ragione cercare informazioni e conoscere la storia di questo popolo è diventata un’urgenza.

Parte, per questo motivo, la campagna informativa “For Roms”: è l’impegno di TerradiConfine a documentarsi, a cercare storie e raccoglierle per chi, come noi, voglia sapere, direttamente dai protagonisti.

Associazione TerradiConfine





La Tolleranza

16 03 2009

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Caro R.,

conoscendo il tuo continuo interessamento all’attualità, sono sicuro che avrai saputo dell’arresto di Sima e Mjriana Jovanovic, in un campo rom alla periferia di Casoria, prima di me.
Mi sto riferendo alla coppia di slavi, rispettivamente 46 e 43 anni, che sono stati arrestati dalla Squadra Mobile di Napoli dopo quasi tre anni di ricerche. I due erano indagati perché sfruttavano una bambina rom praticamente ridotta alla schiavitù: venduta dai genitori quando aveva non più di 5 anni, le veniva imposto l’accattonaggio e il furto. La mancata quantità del guadagno comportava violenze psicologiche e fisiche per quella fragile vittima, sopra tutto le venne bruciata una mano in una stufa a legna.
Arrestata mentre tentava un taccheggio, aveva 10 anni e denunciò i suoi aguzzini per poi essere finalmente affidata a una casa-famiglia nel dicembre 2006. Sappiamo bene che questo è uno dei tanti casi di brutale vessazione nei confronti di minori di etnia rom, sovente trattati come oggetti finalizzati al profitto.

Ora capisci che ti ho introdotto questo discorso per i confronti a cui siamo spesso arrivati, esponendo le nostre opinioni sul malcontento e le aggressioni di Ponticelli verso i campi rom della zona circa un anno fa. Tutto nacque dal presunto tentativo di rapimento di un neonato napoletano da parte di una ragazzina rom. La sfrontatezza, l’entità e il rilievo di questo gesto, unito all’idea diffusa degli zingari ladri di bambini e a una crescente intolleranza per la presenza e lo stile di vita dei gruppi rom residenti in città portarono a un’esplosione di razzismo che si manifestò come sappiamo e che causò varie reazioni. Ponticelli ebbe i suoi quindici giorni di (triste) celebrità e tu hai sempre richiamato, a ragione, questo episodio nel sostenere l’influenza negativa che, a tuo parere, sui civilissimi italiani la componente rom irrimediabilmente avrebbe – differenziandoli da cinesi, marocchini o altri stranieri perché, questi ultimi, integrati nell’economia e nel lavoro.
Invece credo che la cronaca questa volta dia ragione alle idee che ho sempre avuto modo di esporti. In primo luogo per la toccante storia di cui sopra: quella bambina rom testimonia una situazione in cui, puoi ben immaginare, un’italiana (napoletana) coinvolta avrebbe forse portato a conseguenze difficili nell’ambiente cittadino. Mentre, nella realtà, non fa altro che scoprire con folgorante chiarezza l’attributo che ci accomuna tutti sopra la nazionalità e l’etnia. L’umanità. Con la fatalità a cui siamo soggetti e tutte le occasioni di migliorare che ci competono.
Naturalmente sai che non voglio ricorrere alla retorica, né sintetizzare le componenti sociali e culturali a cui ti rifai in questo modo; tanto meno ridurre il rapporto tra italiano e straniero ad un’inverosimile, scambievole rapporto tra vittima e carnefice. Io no, ma i mezzi di comunicazione spesso sì.
Tenendo presente questo principio, la convivenza non è altro che una condizione naturale. Sono sicuro che condividi la mia osservazione, e troverai come contestarla.

La cronaca di queste ore ha ulteriormente agevolato le mie idee, con un’altra notizia, tanto tragica quanto consueta. La morte di un giovane investito da un uomo alla guida sotto effetto di alcol e stupefacenti. L’assassino non è stato un rom come altre volte è accaduto, quindi sai cosa voglio intendere.
Quanto agli orribili crimini sessuali risalenti agli scorsi mesi causati da giovani romeni, di cui ancora si parla, ti precedo nel citarli aspettandomi tu tenga presente lo stesso tipo di reati, aggiungendovi i casi di pedofilia e stalking in aumento, compiuti da italiani. Dopodiché ricorderai il dato comune che ti ho precedentemente accennato.

Immagino che, come al solito, concorderemo nel riconoscere le responsabilità istituzionali nei disagi che affrontiamo come cittadini, pronti a cercare insieme soluzioni e speranze. Le disgrazie e i problemi come quelli di cui ti ho parlato si sviluppano per lo più da contesti disagiati, la cui importanza viene sottovalutata, se non ignorata.
Per il momento non posso che salutarti, aspettando una tua risposta scritta o diretta, qualora ne avessimo finalmente occasione.

A presto,
V. D.

Elogio della Tolleranza:
“Se l’intolleranza è di diritto naturale o di diritto umano”

«Il diritto naturale è quello che la natura indica a tutti gli uomini. Avete allevato vostro figlio, egli vi deve rispetto perché siete suo padre, riconoscenza perché siete suo benefattore. Avete diritto ai prodotti della terra che avete coltivato con le vostre mani. Avete dato e ricevuto una promessa, questa deve essere mantenuta. Il diritto umano non può in nessun caso fondarsi su questo diritto di natura e il grande principio, il principio universale dell’uno e dell’altro, è su tutta la terra: “Non fare ciò che non vorresti fosse fatto a te”. Ebbene, non si vede come, se si segue questo principio, un uomo possa dire a un altro: “Credi quello che io credo e che tu non puoi credere, altrimenti morrai”. E’ ciò che si dice nel Portogallo, in Spagna, a Goa. Ci si accontenta adesso, in alcuni altri Paesi, di dire: “Credi, o ti aborrisco; credi, o ti farò tutto il male che potrò; mostro, tu non hai la mia religione, tu non hai dunque religione alcuna, bisogna che i tuoi vicini, la tua città, la tua provincia abbiano orrore di te!” Se questa condotta fosse conforme al diritto umano, bisognerebbe dunque che il giapponese esecrasse il cinese, che a sua volta esecrerebbe il siamese; questi perseguiterebbe i gangaridi, che si getterebbero sugli abitanti dell’Indo; un mongolo strapperebbe il cuore al primo malabaro che incontrasse; il malabaro potrebbe strozzare il persiano, il quale potrebbe massacrare il turco; e tutti insieme si precipiterebbero sui cristiani, che così a lungo si sono divorati tra di loro. Il diritto dell’intolleranza è dunque assurdo e barbaro: è il diritto delle tigri; è anzi ben più orrido, perché le tigri non si fanno a pezzi che per mangiare, e noi ci siamo sterminati per dei paragrafi».

Voltaire
dal Trattato sulla tolleranza, Cap. 6, 1763





Meravigliosamente… sconfinati

10 12 2008

Sembrano più grandi, quando cantano nella loro lingua ed assumono un’aria seria e concentrata. Invece sono una manciata di bambini, pronti ad esplodere in risate fragorose quando tenti di ripetere in modo goffo ed impacciato le loro canzoni. Una manciata di bambini che si incontrano per una giornata di festa, poiché non giocano più tutti insieme da quando i campi in cui vivevano, a Ponticelli, sono stati bruciati e sfollati. Molti di loro non vanno nemmeno più a scuola, e le loro giornate le passano a casa, nei nuovi campi che li hanno accolti. Questa giornata è per loro, per i bimbi rom di Ponticelli, che ora vivono chi a Barra, chi a Capodichino, chi altrove, e in questo sabato soleggiato s’incontrano negli spazi ampi e accoglienti della parrocchia del Felaco, Ponticelli, grazie all’impegno costante e testardo dei volontari che non hanno mai smesso di occuparsi di loro.

«Venerdì sera ho raccontato ad una mia amica quello che avrei fatto sabato mattina con i ragazzi di TerradiConfine. Entusiasta, le ho spiegato della situazione dei bambini rom, di quanto secondo me fosse importante questa iniziativa. Lei di tutta risposta mi dice «che se ne tornino al loro paese, sono meglio i neri che i rom; i bimbi mi fanno pena, ma pensando a come diventano… mi fanno schifo pure loro». Improvvisamente quell’iniziativa che già prima mi sembrava bella, giusta, lo è diventato ancora di più. Non posso negare che ero terrorizzata, per il semplice motivo che c’erano tanti bambini da far divertire, ed io non ho tanta dimestichezza con loro. Ma poi quella paura iniziale è passata, nell’istante in cui i bimbi, vedendoci, ci hanno salutato con enormi sorrisi, come se ci conoscessero da tempo. Sono andata lì pensando che dovessimo regalare ai bambini una giornata di divertimento… mai avrei pensato che avrebbero loro regalato a me tanta gioia. Perché non c’è nulla di più commovente che vedere bimbi che fino a qualche mese fa trascorrevano tutte le giornate insieme rincontrarsi dopo tanto tempo, abbracciarsi e baciarsi; nulla di più dolce che vedere come chiedano un bacio, o di esser presi in braccio; nulla di più bello che poter “insegnare” loro come si scatta una fotografia, e vedere la loro espressione divertita, stupita e al tempo stesso soddisfatta nel guardare una foto scattata agli amici con le proprie mani. Sono bambini che imparano in fretta: che la carta non si butta a terra ma nella spazzatura, che se passi la mano su un palloncino colorato con il pennarello ti sporchi. Quei bambini che vivono in una realtà, in una società completamente diversa dalla nostra, non sono altro, però, che bambini, che vogliono rincorrersi e giocare. E forse una piccola differenza sta proprio nei giochi: i nostri sono la playstation, il computer; i loro sono all’aria aperta, giochi il cui pegno da pagare è quello di ricevere un bacio».

«La cosa straordinaria, nei bambini, è la loro naturale capacità di calamitare su di sé tutta l’attenzione, di travolgerti interamente, di aggirare qualsiasi problema ostacoli la comunicazione. Quando sono in tanti, quando fanno gruppo, diventano una forza dirompente, e le alternative sono due soltanto: sei con loro, come loro, oppure no. Lo capisci chiaramente quando, ad esempio, Christian ti chiede di correre con lui, ed aggiunge: «Sei bimba anche tu…»; e poi lo percepisci in ogni momento. Se giochi con loro, canti con loro, disegni con loro; se gli insegni a scattare qualche foto, gli chiedi di mostrarti i loro giochi, ti sporchi di tempere colorate insieme a loro, allora sei nel gruppo. E la giornata passa in fretta, anche troppo. Certo, è stancante, perché ogni tanto devi alzare la voce e riportarli all’ordine, perché ti corrono incontro e vogliono essere presi al volo, perché magari devi inseguirli, bloccarli mentre stanno per cimentarsi in capriole e salti mortali, staccarli a forza dal cancello che con aria indifferente stanno scavalcando, recuperarli quando riescono a uscire in strada di soppiatto. Poi basta da parte loro, che non ti hanno mai visto prima di allora, un abbraccio improvviso, un sorriso spontaneo, un bacio forte forte mentre giochi, e la fatica scompare. Sono così, i bambini. Tutti uguali. Uguali nella voglia di giocare, nella tenerezza che sanno trasmettere, nelle espressioni indisponenti quando vogliono prenderti in giro o fare di testa loro, nell’entusiasmo di fronte a qualcosa di nuovo. Brillano allo stesso modo gli occhi di tutti i bambini, quando vedono i colori, le tempere, i pennarelli. Sono così ugualmente diversi l’uno dall’altro, così ugualmente unici, che è difficile capire qual è la differenza tra loro ed i “bambini nostri”, come qualcuno dice riferendosi ai figli italiani di cittadini italiani. La differenza è una sola, e la scopri a fine giornata, quando devi salutarli perché si torna a casa. La differenza è che Diego, Simona, Carlotta torneranno a casa con le loro mamme, contenti di una giornata di gioco, bella come tante altre. E invece Marius, Gabri, Monìca, Christina e gli altri venti bambini rom aspettano pazienti che i volontari che hanno giocato con loro tutto il giorno, in questo momento di festa così speciale da meritare addirittura i vestiti buoni, li riportino ai loro campi, lontani l’uno dall’altro, lontani dalla scuola, lontani dalla normalità. A questo, non c’è spiegazione razionale che tenga. E difatti la razionalità cede il passo all’impulso, e quando ti salutano dai finestrini delle auto che li riporteranno a casa, l’unica cosa che senti è la voglia -egoistica, forse- di trattenerli ancora un po’…»

«Vai con tutta la buona volontà di questo mondo, convinta che stai per fare qualcosa che non solo serve a dare una mano agli operatori sociali che si occupano di questo progetto da tanto tempo, ma soprattutto avrai smosso la tua coscienza, dedicando una mezza giornata di un sabato a dei bambini che nemmeno lo sanno che è sabato, perché il calendario è quasi inesistente a casa loro, è una realtà che non li tocca. Beati loro, aggiungerei io. Arrivi lì ed inizi a pensare ai tipici passi da fare per animare una festa, senza considerare che in realtà tu sei abituato a pensare per bambini come te, quelli che hanno già tutto, quelli che sono annoiati anche dalla tecnologia più avanzata, figurati se darebbero soddisfazione a te che tenti di farli divertire! Ed ecco che a questo problema sopperiscono questi bambini diversi da te, ti chiedono solo fogli, penne e tanti colori, e ti mostrano orgogliosi di saper scrivere tutte le lettere che hanno imparato a scuola, quella scuola che per i nostri bambini è un luogo di tortura, mentre per loro è l’Eden; iniziano a disegnare te nei panni di una principessa, continuando a ripeterti che sei bella, continuano col disegnare facce col naso lungo sui palloncini perché hanno capito che così ti fanno ridere. Loro fanno ridere te. Allora ti rendi conto che tu non stai animando un bel niente, non stai aiutando proprio nessuno; ti rendi conto che in quei momenti sei la persona più egoista del mondo perché ti stai lasciando cullare da sensazioni che mai avresti pensato di provare, e ti sta bene così. Continui a giocare con loro, a cercare di imparare le loro canzoni, i loro balli, prendendoti gelosamente quegli abbracci e quei baci che ti dispensano con tanto amore; loro, i diversi, che ti conoscono solo da qualche ora e ti fanno sentire già così importante… Vi capite tranquillamente, non c’è alcun bisogno di mediazione e male che vada… Cristina ti trasmette le sue emozioni cantando; il piccolo Christian correndo dappertutto e facendosi rincorrere fin quando non ti vede con la lingua per terra e allora ti raggiunge con un sorriso, prendendoti in giro perché “sei già così vecchio!”; e poi Marius, quel cucciolo d’uomo che non parla quasi, ti fa sentire come stesse facendo dei discorsi lunghissimi con quei sorrisi e quelle risate fragorose quando si lancia da qualsiasi posto e vuol essere preso fra le tue braccia, con quegli occhioni grandi grandi e così profondi che ti ci puoi perdere dentro… Ti diverti mentre loro si sfrenano e ti riempiono di tempera colorata dappertutto, e continui a divertirti forse anche più di loro, fin quando non giunge il momento in cui devono andare via, con ancora sorrisi, abbracci, baci, ma questa volta più forti; baci e abbracci che questa volta significano di più, sono promesse… loro sperano che tu ci sarai ancora, la prossima volta; e mentre ti fanno ciao dall’auto che li sta riportando ai campi, non sanno che la tua speranza è ancora più forte della loro, non sanno che quando quell’auto avrò svoltato, lì fuori due cretine resteranno con le lacrime agli occhi, come se fosse stato strappato loro qualcosa… non sanno che la prossima volta, così come oggi, saranno loro ad aiutare ancora te, a farti crescere, a farti sentire ancora prezioso, e a donarti quegli attimi di pura felicità e serenità al di fuori del mondo che così tanto cerchi nella vita di ogni giorno… non lo sanno che mentre loro si allontanano, tu riesci solo a pensare “Grazie”».

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Roberta, Giulia, Giovanna





Dicono di noi

9 12 2008

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Ringraziare è doveroso in certi casi, in questo caso è un piacere.

L’ agenzia di stampa “New Bigol”,  unica nel suo genere a lavorare quotidianamente sulle municipalità, nuovamente scrive di noi ma ciò che particolarmente ci rende lieti del nuovo articolo è che ritorna alla ribalta mediatica, un tema importante come quello dei rom e della loro integrazione nel contesto territoriale in cui viviamo.

Sabato scorso, alcuni giovani della nostra associazione hanno accettato l’invito della Caritas della Parrocchia del Felaco ad organizzare una mattinata d’animazione e di giochi per i bambini rom allontanati da Ponticelli dopo i disordini pubblici dei mesi scorsi.

E nuovamente è un piacere ringraziare chi ci ha permesso di vivere un esperienza “sconfinata” come quella di sabato: grazie a Paola Romano e a tutte le persone della Caritas parrocchiale che di attività con il mondo rom ne fanno quotidianamente e ormai da anni.

Credo di parlare a nome di tutti i giovani che sabato hanno partecipato all’iniziativa nel definirla un’ esperienza  formativa che non solo ci ha permesso di conoscere sfaccettature di una altra cultura ma che ci ha dato una viva consapevolezza sull’assenza di differenze tra bambini rom e bambini italiani che insieme senza barriere ideologiche, sabato, hanno giocato.

Forti di questa esperienza  e non più,  solo da una flebile teoria, ci faremo portavoci del messaggio di uguaglianza che nel nostro territorio è scavalcato dall’odio razziale, dal perbenismo e dalla mentalità camorristica.

Ecco il collegamento all’articolo di New Bigol che descrive la giornata di sabato con alcune brevi considerazioni dei giovani della nostra associazione.

PONTICELLI – L’associazione Terra di Confine in collaborazione con la Caritas locale ha avviato un progetto per i bambini di etnia rom che vivevano nei campi nomadi del quartiere Ponticelli…

Roberto Zabberoni





Viaggio nel delirio

28 05 2008

Salve sono Jack, il vostro “tom tom” personale, vi guiderò in un viaggio nel delirio.

Avete messo la cintura?

3…2…1…Go!!!

Welcome in Ponticelli.

Stiamo tornando dal solito “taralli e birra” su via Caracciolo e finiamo in via Argine, mantenete la destra e potrete ammirare i lavori di costruzione del nuovo centro Auchan, 50 pompe di benzina, qualche capannone dismesso; alla vostra sinistra potrete ammirare invece via delle Industrie, dove “avrebbero dovuto ospitare i rom” se non fosse per il solito gioco di scaricabarile tra Municipalità e Comune, tra Comune e Municipalità (mica ci saremo risparmiati la follia incendiaria degli abitanti di Ponticelli).

Superata la rotonda dove solo per qualche giorno abbiamo visto qualche pattuglia della polizia e dei carabinieri, proseguite diritto, superato qualche semaforo, girate a destra e sarete in Viale Margherita.

Il Viale Margherita, allegra strada dove tra qualche persona che gioca a carte e qualche motorino che sfreccia sul marciapiede, vi potrete rifocillare in qualche bar sempre ammesso che troverete il posto per parcheggiare.

Al termine del Viale Margherita, troverete quella mostruosa entità del palazzo di Vetro in stile Nazioni Unite della ex Circoscrizione di Ponticelli, dove forse potrete intravedere qualche notorietà del calibro del Presidente della Municipalità, del consigliere di turno, e se dovete prelevare un documento vi consiglio di portare coperte e lenzuola per la nottata. La carta d’identità sarà pronta in “appena” 5 giorni!!!

Proseguite per lo stretto di Ponticelli, luogo caratteristico, cuore pulsante della Ponticelli per bene, tutte facce allegre e simpatiche che cantando Alessio e Raffaello allietano il vostro viaggio.

Siete su Corso Ponticelli, ora se avete a disposizione in macchina un kit di sopravvivenza è arrivato il momento di utilizzarlo. Tra macchine in quinta fila (ringraziamo i nostri amati politici ponticellesi per la genialità del progetto di riqualificazione dell’area con marciapiedi larghissimi, con 2 posti per il parcheggio, con una piazzetta buona per lo spaccio della droga), arrivare su via De Meis potrebbe diventare più difficile di quello che sembra.

Dopo la sosta alla Gelateria Gallo (dopo la sudata per arrivare su via De Meis ci vuole..) il nostro punto d’arrivo è via Bartolo Longo.

Ma ecco che un cartello vi comunica che la strada è chiusa per lavori e che lavori!!!

Dopo il giro panoramico nel Rione Santa Rosa perché tra un divieto e l’altro vi tocca, quando sarete ritornati su via Bartolo Longo e proseguite con la macchina fate attenzione alle persone che camminano per strada (perché sul marciapiede non possono) anche se non c’è nessun cartello che vi avvisa dei lavori e non fate strike con la vecchierella di turno…Arrivati alla rotonda fate attenzione alle macchine che sfrecciano (perché nel progetto di riqualificazione di via Bartolo Longo non sono previsti i cartelli stradali provvisori).

E se dopo la rotonda intravedete un colosso in acciaio e marmo (alias il tanto agognato Ospedale del Mare) siamo giunti all’arrivo di questo nostro primo itinerario…

Il vostro Jack vi saluta e vi aspetta per il prossimo viaggio.